—Ha ragione! Ha ragione!… La signora duchessa ha ragione!… Sono stato io…. io…. io! Ha ragione, ha ragione!…—e il pover'uomo, tremante, sconvolto, si umiliava dinanzi a Nora, implorava il suo perdono.—È vero! È vero!… È mia la colpa! Tutta mia!

Nora lo tranquillò. Lo consolò. Fu lei che gli domandò scusa, cercandogli, stringendogli, accarezzandogli le mani.

Era una parola sfuggita in un momento di pazzia; il signor Galli aveva fatto tutto a fin di bene.

—Basta che mi perdoni, e non mi lasci sola…. non mi abbandoni!… Sola, che cosa potrei fare? Allora sì, dovrebbe avere un rimorso, un gran rimorso…. se mi lasciasse sola!

—No!… No!… Mai!

Il signor Galli accasciato, affranto, si era seduto. Nora si era appoggiata alla sua poltrona: essa aspettava, aspettava che parlasse, che le rispondesse, che le dicesse che cosa doveva fare;…. aspettava.

Il signor Galli si asciugò gli occhi col palmo della mano, si raccolse, si sforzò, finchè l'uomo serio, grave, riprese il sopravvento.

—Dall'oggi al domani, pensare a poter vendere il palazzo, la villa, è impossibile. Bisogna cercare di ripigliare le pratiche già iniziate dal signor Vigliani…. oppure intavolarne di nuove, ma ci vuol tempo.

La guardò, la fissò gravemente…. poi, con tristezza, fissò le buccole.

—I miei brillanti!—esclamò Nora, alzando vivamente le due mani alle orecchie come per difendere quelle gemme. Ma poi, subito, gli rispose docile, rassegnata:—Tutto, tutto ciò che vuole!—E gli disse che aveva portato apposta con sè da Casalbara tutti i suoi gioielli e che c'era anche l'argenteria.