Liquidazione o fallimento, per Matteo Cantasirena e per il Fontanella erano tutt'uno: erano la rivelazione delle magagne e degli errori commessi in comune e da soli, erano la rivelazione di tutti i brogli e di tutti gli imbrogli da soli e in comune perpetrati, erano lo scandalo, erano la condanna. E Matteo Cantasirena aveva talvolta la visione netta e spaventosa della catastrofe incombente, ma a chi mai far capo per scongiurarla?…

Mariano Perego, da sei o sette giorni a Primarole, "respirava odore di polvere" e se non fosse stato l'irresistibile simpatia per quell'"inconscio vendicatore della perfidia ipocrita e assassina e della gretteria sociale" sarebbe rimasto a godersi, con una fregataccia di mani, quel nuovo capitombolo di tanti "bei galantuomini, pieni di onore!"

Il Perego colla faccia ancor più trista e sparuta per la barba da fare, ancor più sudicio e straccione per quei sei o sette giorni di campagna, scrollava il capo e mormorava tra sè:—La catastrofe, lo sfacelo è imminente, inevitabile!—E si portava il cordoncino del pince-nez dietro l'orecchio con un moto più nervoso del solito.

La defezione del Bizzarelli, del Brunetti, del Vergani, che costituivano un tempo la vecchia guardia del direttore, era stata impudente, sfacciata: prova certa che per lui, non c'erano più speranze.

Il conte Bobboli beì, da Parigi, dove stava per sposare una ballerina di quarant'anni, aveva mandate le proprie dimissioni, esplicite, da vice presidente della Cisalpina e da candidato al collegio di Primarole: prova certa che Matteo Cantasirena non incuteva più nessun timore….

Che cosa poteva fare Mariano Perego?… Nulla! Egli stesso lo capiva, ne conveniva, con un'alzata di spalle. L'incarico che gli era stato affidato dal direttore e dal Fontanella era troppo difficile e pericoloso, superiore anche alla leggendaria abilità d'intrigo del giornalista tollerato.

La Cisalpina andava sfasciandosi, e il colpo di grazia, dopo i colpi mortali del Kloss, le veniva dato da quella gente appunto, cui i sommi reggitori, ingolfati nei loro propri interessi, nei loro pasticci, non avevano mai pensato, o avevano pensato troppo poco e male.

Era la massa, cioè, degli operai, raccolti, arruolati, nei ceti più turbolenti ed infidi d'ogni paese, veri soldati di ventura e di sventura, rotti ai lavori più duri e più pericolosi, irritati dalle lunghe attese della paga, dai ripetuti inganni, dalle eterne cabale, dalla minacciata sospensione dei lavori; furibondi specialmente contro Matteo Cantasirena che li aveva per tanto tempo ubriacati di promesse e di declamazioni, contro il Fontanella, che mancava loro di parola, contro tutto il Consiglio d'amministrazione, che li lasciava senza lavoro…. Furibondi persino contro quel mite e buon Taddeo, che per ironia, per ischerno, chiamavano:—il gamba di legno—il Garibaldi—perchè nelle sue nuove funzioni di sorvegliante, portava lo zelo, l'instancabile attività del galantuomo, colla rigida inflessibilità del soldato, e perchè, "mangiando di quel pane", non voleva unirsi a dir male nè del colonnello, nè del Fontanella, nè di alcuno della Cisalpina.

Quando Matteo Cantasirena arrivò col primo treno, c'era ad aspettarlo soltanto il Perego. Questi non lo salutò nemmeno, non gli disse una parola e, cattivo segno, continuò a succiare il cordoncino unto degli occhiali.

—Cosa c'è di nuovo?—domandò Cantasirena, colpito. Il non vedersi accolto coll'espansione così necessaria alla sua indole, lo sconcertava.—Cosa c'è?