E Matteo Cantasirena si lasciò cadere sopra la sedia, colla voce rotta da un singhiozzo.
Giù, nel piazzale, lungo le vie, cresceva intanto la folla e cresceva il fermento.
Era corsa una parola d'ordine la sera innanzi, fra gli operai, per raccogliersi tutti lì sotto le finestre della Direzione? Per suonar la monfrina, finchè i Consiglieri—i margniffoni, le vajane,—come li chiamavano, tenevan seduta?… Nessuno, nemmeno Mariano Perego avrebbe potuto assicurarlo.
Dalla folla si levava di tanto in tanto, qua e là, un fischio, un'urlata, una bestemmia diretta al finestrone della gran sala delle sedute. Quando la parolaccia risuonava più esotica, più strana, più lurida, in quella confusione di dialetti, scoppiavano applausi frenetici. Poi c'era chi imponeva silenzio: volevano sentire che cosa dicevano di sopra le canaje, i lustrissimi, ma non potevano sentir niente; soltanto udirono la voce stentorea di Matteo, quando gridava: Pane e lavoro!
—Coppett!—rispose uno della folla.
Poi un altro:
—Va in malora!
Un consigliere in ritardo, attraversò la piazza per recarsi alla seduta: i sibili isolati diventarono una salva scrosciante di fischi…. e con quella musica fu accompagnato e scappò dentro nel gran portone del palazzo.
Ma a poco a poco cessarono le sghignazzate, i motteggi, le beffe; la chiassata diventava una sollevazione.
Tutta quella gente, misera e lacera a un modo, e che serbava nondimeno le caratteristiche delle varie regioni, nell'aspetto e nel linguaggio, univa la voce in un sol rombo cupo, di livori e di ire.