Le donne e i ragazzi dei braccianti, dalle facce grinzose e sfinite, su cui la fatica lasciava un'impronta di patimenti, quasi di sevizie, stavan seduti per terra, lungo le muraglie, accosciati al sole, incitavano e aizzavano gli altri colle celie pungenti, colle risate amare.
Qua e là, qualche vecchio operaio, colla bluse stracciata, dalla quale appariva il petto villoso, squamoso, ischeletrito, qualche vecchio operaio, dal viso estenuato, solcato di rughe nere, profonde, cogli occhi riarsi, collo sguardo truce, sinistro, girava muto, tra la folla, come l'incarnazione, il simbolo di quell'odio represso, compresso, accumulato, che stava per prorompere.
D'un tratto, in mezzo al piazzale, fu un sospingersi, un urtarsi.
—Che c'è?… Chi è?…
—Ah, finalmente! Uno che parla! C'è uno che prende la direzione! È il
Carotti! Bravo! È il torinese!
Un giovane operaio, colla giacca e il viso puliti, i baffetti neri arricciolati, e l'occhio mobile, chiaro, fu portato quasi di peso, sopra una panca d'osteria.
—Evviva Carotti!
"Operai," cominciò l'oratore, "compagni! Siete voi organizzati, coscienti, avete un programma d'azione, come l'esercito dei proletari del Belgio, della Germania?"
—Va lavora!
Non era giornata buona per i rétori, nemmeno per i rétori in bluse.