—Fuori la paga! Vogliamo i nostri danari, il nostro sangue, o fuoco alla trappola!—gridò una voce.
—O la paga, o sulla forca le vajane!
—Sulla forca!—risposero cento voci.
—Sulla forca!—rispose tutta la folla.
Gli operai tedeschi, erano rimasti sempre in disparte, sempre in gruppo fra di loro, in un canto della piazza, sotto il portico della casa comunale.
All'improvviso, di colpo, uno di quei tedeschi, un gigante biondo e roseo, colla faccia tonda, ancora infantile, si staccò dai compagni, attraversò la piazza, spingendosi, facendosi largo tra la folla, colle gomitate, afferrò l'oratore per il petto, lo tirò giù dalla panca e scuotendolo forte, spingendolo, gli gridò sul viso, in cattivo italiano:
—Su, con noi, su da quei signori…. In commissione…. Su…. a finir l'affare!
—Bene! Bravo! Su! Su! Da quei ladri! Da quei sgonfioni!
Ma nel mentre i più rumorosi, i più sfegatati, fanno ressa attorno al Carotti e all'operaio tedesco, e discutono gesticolando per formare la commissione, dall'estremità del piazzale si odono urli, grida, strilli di donne spaventate: è un tafferuglio di chi viene a contesa, è un fuggi fuggi, un rimescolamento, un sommovimento di tutta quella massa eccitata, vogliosa, smaniosa, impaziente di menar le mani.
A un tratto, in mezzo alla folla spiccano i pennacchi rossi dei carabinieri: sono otto: otto bei giovanotti, cortesi, ma risoluti. Un signore col soprabito impolverato e gli occhiali azzurri, si è fatto avanti e parla forte, reciso: ordina ai carabinieri che sgombrino la piazza: dietro a lui, due o tre figure tarchiate, dalla faccia assonnacchiata, dall'aria intorpidita che si svegliano d'improvviso, si fanno violenti, si cacciano nel più fitto della calca, respingono ciecamente, confusamente, uomini, donne, quanti si paran loro dinanzi, senza parlare, senza guardare in faccia a nessuno.