—I carabinieri! Le guardie!
—Quello è il delegato!
—È venuto da Castellanzo!
—C'è stata la spia!
—Sulla forca la spia!
—A noi! A noi!
E dalla folla che si agita, che ribolle, che rumoreggia, ma che rimane compatta, che non indietreggia d'un passo, scoppia un'urlata, un'urlata sola, lunga, echeggiante, rimbombante, tremenda:
—Morte ai ladri! Viva la rivoluzione sociale!
Il delegato è diventato un po' pallido; stringe le labbra, si fa largo vivamente, fa un cenno quasi impercettibile e scopre la sciarpa. Uno dei questurini in borghese, trae di tasca la tromba ravvolta in un fazzoletto di colore, la svolge, l'appressa alle labbra…. echeggia uno squillo, ma in quell'attimo un pugno formidabile,—chi è stato?—non si sa! non s'è visto!—lo coglie sul capo, gli sforma il pioppino, glielo caccia giù fin sugli occhi…. La tromba gli cade di mano, egli cerca di difendersi. Allora è una pioggia improvvisa di pugni, una rissa accanita, furiosa, rabbiosa in mezzo alla calca: luccicano, sinistre, le canne brevi delle rivoltelle, si ode uno sparo: i più lontani, in fondo al piazzale, scappano, fuggono urlando, imprecando: invece lì nel mezzo si combatte corpo a corpo: è una lotta selvaggia! Tutt'intorno le grida si levano assordanti:—Morte alla spia! Chi ha chiamato la forza? Chi ha avvertito il delegato? Morte alla spia!—Canaja! Farfo! Giuda! sulla forca!…. sulla forca!…—E nel mezzo la lotta continua disperata, corpo a corpo, come un vortice, un gorgo rammulinante. Non si vogliono cedere gli arrestati. Si vuol impedire alle guardie, ai carabinieri di ammanettarli, di trascinarli in prigione. Si vuol strapparli, liberarli a viva forza.
—Fratelli! Vendichiamoci! Morte alla spia!—grida il Carotti preso, agguantato in mezzo ai carabinieri.