—Cedere, per Dio!—ripetè Gesualdo Arcangeli, cogli occhi spiritati, ma senza voce.

Matteo Cantasirena trionfava, si eccitava nel suo stesso trionfo. Oh, lui non aveva paura del popolo, era sempre stato col popolo, aveva sempre combattuto per i diritti del popolo!

Salì al banco della presidenza, maestoso, solenne.

—Signori! Io non mi nascondo, io non diserto nel momento del pericolo. Dimentico le offese, le ingratitudini: vecchio soldato, rimango al mio posto!

Giù nella piazza, si udì un nuovo colpo di rivoltella, nuove grida di spavento, di minaccia, di morte.

—Cosa volete fare? Cosa si dove fare?—domandò a Cantasirena il
Tolomei stravolto.

—Parli, parli lei a quella marmaglia, presto!… Cerchi di calmarla!—si raccomandò il Brunetti.

—Avete decretato la sospensione dei lavori: bisogna ritornare sulla vostra deliberazione.

E Cantasirena corse al grande finestrone di mezzo, lo spalancò e gridò alla folla colla sua voce tonante:

—Pane e lavoro, domandate? Lo avrete. Proseguiranno i lavori: domattina avrete il saldo delle paghe! Io stesso, Matteo Cantasirena, ve ne sto garante. A domani! Viva l'Italia!