—La fame! La fame! Viva la fame!—rispose la moltitudine indignata.
—Ascoltatemi! Bravi operai! Ascoltate la parola di un amico…. di un fratello! Domani riceverete il saldo della paga! Anch'io sono un lavoratore come voi! La parola di un lavoratore è…. intemerata! Date la vostra fede a chi vi ha dato il cuore, la vita!… Rientrate nella calma!… Rientrate nella pace delle vostre case! Domani riceverete il saldo, e un'anticipazione sui lavori futuri. Chi ha combattuto, soldato del popolo, chi ha dato il sangue per la libertà, non è bugiardo col popolo!—Viva l'Italia!
—Viva la fame!…—ripetè l'urlo selvaggio, sarcastico, furibondo della folla. Fu una grandinata di sassi. I vetri caddero infranti, e un troncone, un mozziccone di legno piombò nella sala.
Cantasirena chiuse in fretta le griglie.
—Sono imbestialiti,—borbottò. Ma subito il suo occhio si fermò su quel pezzo di bastone lanciato su dalla piazza…. Dal grosso manico rotondo pendevano brandelli di panno…. pezzi di cinghia…. Lo raccolse…. si sentì la mano bagnata…. guardò…. era intrisa di sangue…. Trasalì, ebbe un tremito, gittò lontano il troncone, poi rimase immobile, sbigottito…. inorridito…. Era il mozziccone…. era la gamba di legno di Taddeo!
XI.
—A Casalbara! A Casalbara! Domani tutti a Casalbara!
Questa era stata la parola d'ordine dei dimostranti di Primarole. E l'indomani mattina albeggiava appena e già i carabinieri e le guardie in borghese comparivano qua e là nel piazzale, dinanzi alla villa del duca.
Piovigginava; tutta la borgata, dai tetti neri, uniformi, pareva più bassa, in quello squallore dilagante dell'ottobre bigio, nebbioso.
La villa sola, con tutte le finestre chiuse, s'innalzava più tetra, fra le macchie cupe degli abeti e le macchie giallognole degli ippocastani: l'acqua cadeva dalle gronde, crepitava sul selciato con un mormorio monotono, lugubre.