—Giustizia!… Giustizia fino all'ultimo! Giustizia per tutti!—risponde il Casalbara e torna a sedere, a balbettare col tremito delle labbra violacee: Giustizia…. Giustizia…. Milano…. Giustizia….—e poi più rauco, più sottovoce, sussultando:—Lei…. Ammazzarla…. Lei!

Giunto a Milano, alla stazione, si sente quasi mancare: beve, ingoia un bicchierino o due di cognac… Non vuol essere più accompagnato da nessuno, assolutamente.

—Sto bene!…. Mi sento bene!…

Gli altri lo lasciano andare in brum, ma poi gli tengono dietro, pure in carrozza.

Quando il brum si ferma dinanzi al palazzo, il portiere accorre…. lo aiuta a scendere.

—Lei?… Lei?…—borbottò il Casalbara.

—La signora duchessa?… È in casa, Eccellenza; è in casa.

—È col signor Cantasirena,—gli dice la Vittorina sopraggiungendo. E lo aiuta a salir le scale.

Il duca, arrivato nell'anticamera, impone alla Vittorina di fermarsi. Si avanza solo, barcollando. A brevi passi precipitosi, appoggiandosi ai mobili, arriva al salottino di sua moglie.

Nora, vedendolo, getta un grido. Il duca si appoggia allo stipite dell'uscio, la fissa…. la fissa in un modo terribile…. vuol parlare…. imprecare…. alza la mano come per maledirla, per colpirla, ma la parola gli resta soffocata, strozzata…. non gli esce dalla bocca che un rantolo…. Si piega su sè stesso, fa per abbrancarsi alla tenda della portiera e stramazza, rotolando sul tappeto, ai piedi di Nora.