E in prima pagina avevano due colonne coi particolari della malattia del senatore Giovanni di Casalbara, "unito al nostro direttore da affetti e da legami più che filiali". E già si ricordava la sua vita, cominciando dall'arresto del fratello Eriprando, poi le sofferenze, il martirio, l'esilio, i grandi sacrifici, poi l'operosità pel bene del paese, poi come egli pure fosse stato con altri attratto dalla sublime utopia del Fara-Bon, e come la sconfitta e gli attacchi avessero colpito il suo cuore generoso, magnanimo. "Angelo caro e salutare del conforto, veglia al letto dell'illustre infermo la giovane sposa, fra le gentildonne italiane, esempio purissimo di amore, di virtù, di sacrificio."

Tutti gli altri giornali, i giornali amici del Bonforti, i giornali amici del Ghirlanda, i giornali ispirati dal Governo e i giornali ispirati da Pio Calca e da monsignor Meneguzzi, tutti quanti, si affrettarono a pubblicare la dichiarazione dell'onorevole commendator Francesco Kloss, relativa all'avvenuto suicidio del suo procuratore, l'integerrimo signor Galli, affetto da incurabile malattia di fegato, e tutti pubblicarono pure, ogni giorno, il bollettino firmato dal dottor Foresti, sulla malattia dell'illustre patriotta, Giovanni di Casalbara, senatore del regno.

Le notizie del duca si facevano a mano a mano più gravi, e a mano mano veniva maggiormente ammirata la nobilissima signora duchessa, instancabile nelle cure, nell'affetto, nella devozione.

L'è una tonna motèl!—esclamava il Kloss ogni giorno più incantato ed entusiasmato.

Sebbene i brogli e i pasticci della Cisalpina fossero imputabili soltanto a Matteo Cantasirena e al Fontanella e questi due soltanto ne avrebbero dovuto rispondere, non erano però essi soli i più atterriti dall'idea di uno scandalo, di un processo. Dal più al meno lo temevano tutti, anche le vittime; i danneggiati, gli sfruttati, come gli sfruttatori.

Aveva ragione Francesco Kloss:

—Era ormai tempo di finirla colle chiacchiere, colle esagerazioni!

I due deputati di estrema sinistra che avevano fornicato col segretario generale della Cisalpina per assicurarsi il collegio, la triade del Bizzarelli, del Vergani, del Brunetti sbrogliatasi di sotterfugio per passare agli ordini e alle imprese del Kloss, quel conte Bobboli-beì sempre in ansie per le sue campagne africane, il Tolomei che in molte distrette di denaro aveva scritto e invocato egli pure, e il Duranti sempre pauroso di veder rievocare insidiosamente la devozione di suo padre, i servigi di suo padre a casa d'Austria…. chi mai avrebbe desiderato che si rimestasse nelle acque limacciose della Navigazione? Nessuno dei consiglieri e nessuno forse degli azionisti, di quelli almeno che avrebbero potuto farsi valere, esigere davvero la luce.

Monsignor Meneguzzi, per esempio, avrebbe dovuto, anche a nome della moralità, a nome del partito cattolico, spiegare la sua energia, la sua influenza. Ma ahimè! Anche il Monsignore delle contesse, aveva avuto il torto di scrivere troppi bigliettini…. alla duchessa della Navigazione! Attaccati, quei radicali sarebbero stati capaci di tutto. Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo se fosse venuta alla luce quella letterina…. in cui il prelato inviava alla bella signora una preziosissima reliquia di santa Isabella, sorella del re di Francia—anche i santi di Monsignor Meneguzzi erano tutti aristocratici—pregandola di accettarla come sua memoria in cambio di quell'anello, che per lui sarebbe stato un gaudio dello spirito il poterle offrire, il poterle lasciare…. infilato nella manina candida e pura come un pensiero di San Luigi, ma che era costretto a domandarle di ritorno per i commenti di Pio Calca, un ragazzaccio pettegolo e sciocco? Che cosa avrebbe detto l'Arcivescovo?

Era meglio invece adoperare anche l'influenza dell'Arcivescovo, perchè quelle chiacchiere, quei pasticci, quegli scandali fossero messi in tacere.