La signora Angelica e la signora Rosa si guardarono mute, mentre scioglievano il tovagliolo, e gli occhi delle due vecchiette si gonfiarono di lacrime, certo le lacrime più dolci della loro vita.

Evelina baciò la mano a Don Giuseppe, devotamente, poi sedettero a tavola, e si fecero il segno della croce. Evelina, che stava attenta a tutto, si segnò subito, insieme agli altri.

—Faremo il possibile per non dar disturbo in questi pochi giorni,—disse poi, dopo che ebbero mangiato in silenzio la minestra.

—Sicuro….—esclamò Don Giuseppe, il quale, calmata l'emozione del primo momento, si sentiva impacciato da quella tavola più grande, da quel numero maggiore di persone, dalla necessità di dover parlare con Evelina che non aveva mai visto.—Sicuro, diremo…. diremo che la stagione è poco propizia e quando comincerà la neve…. a Crodarossa non vedremo più che gli orsi.

—Oh, allora saremo a Milano!—esclamò Evelina, guardando le zie con un'occhiata affettuosa, carezzevole, guardando Don Giuseppe con una timidezza quasi soave.—Soltanto, per adesso, Pietro è un po' stanco, dopo tanto lavoro, dopo tante scosse.

Pietro, sempre a capo basso, pallido, ebbe un tremito.

Anche alle zie e a Don Giuseppe era trapelato qualche cosa delle vicende della Cisalpina, ma nessuno fiatò per un riguardo alla nipote del signor commendatore direttor "che doveva aver fatto una quantità di spropositi, poveretto!"

Don Giuseppe sospirò gravemente. Poi guardò Pierino.

—In fatti…. la cera…. per dir la verità, non è troppo bella!

—Ha bisogno soltanto di rimettersi con un po' di giorni di riposo. Del resto, fortunatamente, la condizione affatto subalterna di mio marito, lo salva da qualunque responsabilità morale e materiale.