—Oh, anche don Giuseppe era un degno sacerdote! E anche l'ortolano era un galantuomo! E come lavorava di lena!
Le due sorelle insegnarono al parroco e all'ortolano a conservare la carne secca e l'uva intatta per tutto l'inverno…. a risparmiar sulla semina…. a risparmiar sulle spese. In quel frattempo, si ammalò la serva di don Giuseppe, e se ne andò al suo paese a rinfrancarsi, ma poi non tornò più a Crodarossa, nè don Giuseppe si prese altre donne. La signora Angelica e la signora Rosina omai facevano tutto loro alla Canonica, come prima, quando c'era il povero don Giacomo, e alla casa nuova, non ci andavano più altro che la sera, per dormire.
E intanto le lezioni a Pierino, sospese per la morte dello zio don Giacomo, furono riprese da don Giuseppe, il quale, e non più le zie, gl'insegnava poi anche l'aritmetica.
Pierino, cresciuto in quell'ambiente, fra chiesa, sacristia e canonica, si figurava quando fosse un uomo di fare il prete per diventar vescovo, come gli altri ragazzi della sua età pensano di andar soldati, per diventar generali.
Ma nel cuore del giovinetto mancava il sentimento vero, profondo, della fede. La grande maestà di Dio non gl'incuteva alcun timore; gl'incuteva più timore don Giuseppe, forse perchè don Giuseppe aveva sempre la voce in aria e quella del Signore non l'aveva mai sentita.
Era sempre in chiesa o in sacristia: era sempre in cotta a fare il chierico durante tutte le funzioni; ma quando serviva messa, all'Elevazione, scampanellava troppo forte e troppo a lungo; in processione, dava colpi al turibolo da buttar all'aria cenere e brace. Durante la predica portava in equilibrio cataste alte di seggiole che sbatacchiava poi dinanzi ai divoti; pigliava quattrini e parlava forte, affaccendato col sagrestano. E i tridui, collo sparo dei mortaretti, e la Settimana Santa, col fracasso dei mattutini, e il mese di Maria coi fiori e i canti al Santuario di Crodarossa, erano le sue feste, i suoi divertimenti ai quali pensava e si preparava con gioia da un anno all'altro.
Don Giuseppe, che aveva notato tutto ciò, cominciava ad essere inquieto a proposito della vocazione di Pierino; ma amante della santa pace, teneva i dubbi e le osservazioni per sè.
—È un buon ragazzo,—pensava,—ma forse è troppo vivo. Quando gli parlo, sta attento, con rispetto, con sommissione…. ma non mi ascolta. Se gli dò una sgridata, diventa pallido, tremante, ma poi torna da capo. Forse ha preso troppa confidenza colla Chiesa, coi Misteri, col Signore….
E per lavarsene le mani dichiarò alle signore Laner che era giunto il momento di mandare il nipote in Seminario, a Trento.
Ma Pierino, entrato in Seminario, invece di trovarsi sulla via che avrebbe dovuto condurlo direttamente in paradiso, si trovò più che mai su quella dell'inferno.