—Se gli aveva detto di sì, adesso gli direbbe di no!—E come prima, all'immagine del giovane, adesso, al rimordere leggero della coscienza rispose con un'alzata di spalle….—Duchessa!… Che sogno! Che sogno!… Ma sarebbe arrivata fin là?… Ebbene, se "fin là" proprio "fin là" non sarebbe arrivata, se non potesse giungere ad essere sua moglie—duchessa!—avrebbe accettato anche di diventare la sua amante. Essere una signora, "esser ricca", questo era il più importante—e questo era sicuro:—ed ecco la sua febbre, la sua gioia di quei giorni. Perchè in quei giorni Nora era contenta. Se si era arrabbiata, se si arrabbiava tanto contro Evelina, era per una collera tutta fisica, per il tormento acuto, irritante dello stomaco vuoto, che la rendeva nervosa. Finchè non si sfogava a mangiare aveva bisogno di sfogarsi a gridare, a strapazzare. Non c'era altri che Evelina e se la rifaceva con lei: e poi quando fu persuasa che Evelina non le badava nemmeno, se la prese colla credenza, aprendola e richiudendola con gran fracasso.

—Niente! Niente! Niente!

Si avvicinò alla tavola per cercare nei cassetti, ma Evelina si oppose:

—Sta ferma; non posso scrivere.

—Voglio mangiare!

—Mangia una fetta di panettone.

In quella casa, mancava qualche volta il pane; il panettone mai.

—No, gioia! Voglio anch'io una costoletta!—E le indicava un ossicino sul piatto, dinanzi al quale Numa era tornato a montare la guardia sospirando.

In quel punto si udì camminare nell'anticamera.

—Gioconda! Presto! La colazione!