—Come? La signorina Nora?… E non è rimasta dalla signora Schönfeld?—esclamò la Gioconda ridendo col riso grasso della donna ben pasciuta.
—Ma guarda che originale! Resta fuori ogni altro giorno o a colazione o a pranzo, sempre in aria con questa Schönfeld, e proprio oggi, signor no! Viene a casa a far colazione!—La Gioconda parlava lentamente, ascoltandosi e continuando a ridere per quello che diceva. Oh, in casa, avevano fatto un "repulisti" generale! Lei non aveva più un soldo! Prima di andare a far la spesa doveva aspettare il signor Direttore "col rinforzo!"
—Oggi a credito non si compra; tutti brontolano e mi strapazzano. Vogliono essere pagati. E si capisce. È appena morto il giornale; i bottegai sono tutti diffidenti!…—E scoppiò a ridere più forte: il fatto della signorina, che con tanto appetito doveva digiunare, era molto comico!
Nora aveva quasi le lacrime agli occhi.
—Non dire sciocchezze, che non occorre aspettare lo zio Matteo! Tu sei una milionaria!…
—Sicuro!—Il bel servone voleva negare sospirando, ma non riusciva a nascondere tutta la propria compiacenza.—Avevo quaranta o cinquanta lire e ho dovuto mandarle a mia sorella!
Questo non era vero. Aveva il gruzzolo, nascosto nella calzetta. Nei giorni dell'abbondanza nessuno badava a spendere e spandere; soltanto la serva metteva da parte.
—Ma lei, signorina? Delle sue lezioni?… Niente?—E la Gioconda soffiò sul palmo della mano per rendere la domanda più eloquente.
—Ho dato tutto allo zio Matteo.
—E io pure,—ripetè Evelina, prima di essere interrogata.