L'esperimento andò a vele gonfie e le classificazioni furono tali, specialmente per la Composizione e per la Storia, da provare a don Giuseppe che non aveva preso un altro gambero, come quello della vocazione, anche a proposito del talento.
Pierino montò in superbia per le lodi dei professori e per una certa gloriola che si era procurata anche fra gli scolari con una sua ballata in versi: Napoleone a Sant'Elena. Pensò di essere un genio e credette di non aver più bisogno di nessuno, nemmeno di quella povera Madonnina quasi ignorata nella viuzza remota; e ricominciava anche di tanto in tanto a tirar giù qualche moccoletto, quando gli accadde uno di quegli avvenimenti che lasciano nell'anima un'impressione così profonda che non si cancella interamente per tutta la vita.
Nella stessa casa dove Pietro stava a dozzina, c'era una botteguccia d'un libraio con cartoleria. Pietro, che aveva la passione delle penne, della carta, aveva preso l'abitudine di entrare sempre nella botteguccia, quando andava o tornava dalla scuola. Faceva le sue spesucce, guardava le stampe, le fotografie, i libri illustrati, e un giorno appunto gli capitò sottocchio un libro, un libro nuovo, che lo colpì stranamente e che non osò nemmeno toccare per timore di essere veduto dal libraio.
Sulla copertina chiusa (bisognava tagliarla per leggere il volume) era disegnata, a colori, una donnina molto poco in camicia, colle calzette azzurre e gli stivalini neri, seduta sulle ginocchia di un brutto scimmiotto in frak e cravatta bianca. Il libro era intitolato: Le notti di Giuliana, e sotto, fra parentesi, era stampato in caratteri grossi libro segreto.
Pierino continuava a guardare il libro, continuava a fissarlo con una stupidità animalesca negli occhi immobili, col sangue che gli accendeva le guance. Lo voleva quel libro: costava un fiorino, ma egli, soltanto per poterlo leggere, avrebbe dato tutti i suoi quattrini. Ma come domandarlo al libraio? Il vecchio cerbero colla papalina bisunta gli avrebbe ficcati gli occhi addosso; quegli occhi spelati, così vivi e acuti dietro le lenti! Eppure voleva averlo; voleva leggerlo. La sua curiosità era così eccitata, il suo desiderio così cocente, da diventare un orgasmo, una vera ossessione. Gli scolari delle Tecniche ne sapevano e gliene avevano insegnate più assai dell'amico seminarista; ma più egli ne imparava, più ne sapeva, e più cresceva la sua curiosità.
Timido per indole, timidissimo per lo stesso desiderio che lo accendeva, non osava domandare, non osava spiegarsi coi compagni. Quelli si mettevano subito a ridere, a urlare, a chiamarlo don Piero o san Luigi Gonzaga.—E aveva sentito parlare di cene, di certe orgie di ricconi, di vecchi milionari….—Cos'erano? Cosa facevano?… Certo doveva essere tutto raccontato, tutto descritto in quel "libro segreto" Le notti di Giuliana.
Ci pensò tutto il giorno a scuola, a casa, con una smania che si faceva sempre più bramosa, più fissa, che gli era montata al cervello, che lo riscaldava, lo esaltava come i fumi del vino.
La mattina dopo capitò in bottega dal libraio più presto del solito: voleva comperare una grammatica francese; quell'altra l'aveva smarrita, o gli era stata rubata: insomma non la trovava più!
La grammatica francese costava appunto un fiorino come Le notti di Giuliana. Con quella spesa non gli restavano più che altri tre fiorini e mezzo, e gli dovevano bastare fino alle vacanze:—Poco male; le zie lo avevano abituato all'economia!
Avuta la grammatica, indugiò come al solito nella bottega; e intanto che fingeva di ammirare le fotografie di Meran e di Gries lasciò lì la grammatica, sul banco ingombro di quaderni, di scatole, di volumi nuovi e vecchi; la lasciò lì, come per caso, vicino alla catasta degli altri libri. E continuò per un bel pezzo a guardare, a far passare le fotografie di Meran e di Gries.