E ancora dopo molti anni da quel giorno della grazia ricevuta per il Libro segreto, quando Pietro Laner mandò i suoi tre primi sonetti e il suo primo articolo di critica intitolato Berchet e Mameli "All'illustre cavalier Matteo Cantasirena, direttore del Rinnovatore _e dell'_Emporio Letterario", prima di portare il manoscritto alla posta, se lo portò in chiesa, nascosto sotto il gilet. In quel momento e con tutto il male che aveva detto dei Gesuiti e del Papa nel suo primo articolo, Pietro Laner non poteva certo umiliarsi a credere nelle "grazie" e nei "miracoli" di Domineddio; ma credeva, e ne aveva paura, in quella stranissima combinazione, che quando non andava in chiesa non gli riusciva niente di bene.

E per Pietro Laner sarebbe stata una disgrazia se quell'articolo, se quei sonetti, non avessero fatto buona impressione al cavalier Cantasirena. Guai per lui se non fossero stati accettati e pubblicati nell'Emporio Letterario! La sua più grande, la sua più bella speranza sarebbe andata svanita! Era da quei tre sonetti e da quell'articolo che poteva dipendere tutto il suo avvenire, tutta la sua felicità e forse tutta la sua gloria!

Pietro Laner aveva finito con onore anche L'Istituto Tecnico, aveva passato i vent'anni, ma ancora non aveva scelta la sua carriera: era incerto, non sapeva quale avrebbe potuto essere per lui la migliore. Continuava a ripetere ogni momento che avrebbe fatto volentieri il professore; che avrebbe fatto volentieri l'impiegato con un buon posto, che avrebbe fatto volentieri anche il ragioniere, ma intanto continuava volentieri a far niente!

E la signora Angelica e la signora Rosina, che non avevano nessuna fretta di vederlo partire da Crodarossa, di vederlo toccare il suo libretto della Cassa di Risparmio, si ostinavano ogni giorno più nel loro mutismo, per non essere obbligate a far domande, a spingere il nipote a prendere una risoluzione, come avrebbero dovuto fare, ma come non avevano voglia di fare.

Soltanto don Giuseppe predicava in italiano e in latino che quello stato di ozio, di dissipazione, non doveva durare sine fine dicentes. Ma don Giuseppe e Pietro Laner erano venuti poi a rottura a proposito della "triplice alleanza" e del "potere temporale". Don Giuseppe aveva alzata la voce, e gli aveva imposto di tacere, mentre la signora Angelica e la signora Rosina, sbalordite, sbigottite, correvano intorno affannate a chiudere tutte le porte, tutte le finestre, perchè l'ortolano, perchè la gente di fuori, non avesse a sentire e a rimanerne scandalizzata.

La brutta scena era rimasta impressa nell'animo di Pierino: lo rodeva il dispetto, la stizza di essersi lasciato intimidire e di non aver avuto il coraggio di rispondere per le rime quando don Giuseppe aveva alzata la voce.

—L'ora è sonata! Bisogna passare il Rubicone! Non voglio ammuffire fra le sottane! Viva l'Italia! Viva la libertà! Abbasso i preti!—e per mostrare anche a don Giuseppe che omai voleva impipparsene di tutti quanti, gli passava vicino col suo bravo cappello col garofano rosso e il mucchietto d'edelweiss infilato di dietro, sulle ventitrè, e si faceva sentire a fischiettare l'Oi Carolì, e il Morettina tu mi lasci.

VII.

Fu appunto in quei giorni, quando Pierino era più che mai infervorato nel desiderio della ribellione, che gli capitò a Crodarossa uno dei primi numeri dell'Emporio Letterario: dono settimanale agli abbonati del Rinnovatore, speditogli da Milano da un suo amico, già suo compagno di scuola, che faceva il commesso dai Bocconi per passatempo, e di professione il poeta e scrittore di commedie per il "Teatro Milanese".

L'Emporio Letterario aveva pubblicato appunto in quel numero una sua poesia: "Il nostro fiumicel…." ispirata al Guado dello Stecchetti.