—Io sono solo al Rinnovatore: devo rivedere tutto io; non posso fidarmi di nessuno. Buona gente, bravi ragazzi; ma senza iniziativa, senza colpo d'occhio—e aggiunse ridendo argutamente, in un modo che poteva parere un complimento per l'egregio Laner—e senza grammatica!… E poi non ho tempo da perdere: ho da pensare alla dote delle mie figliuole. Vedrete la prima, Eleonora (e cantò quasi le sillabe: E-le-oo-nò-ra!). Vedrete che splendore!…
Giunti sulla porta del giornale, il Direttore si fermò ancora a parlare, a parlare; poi diede all'amico Pietro l'indirizzo di casa sua avvertendolo che si metteva in tavola alle sette "preciso" e che per quel giorno venisse pure senza l'abito nero, perchè le sue figliuole erano state avvertite, e non si trattava che di un piccolo pranzo di famiglia: come a Crodarossa, ma senza don Giuseppe!—Poi, nel congedarsi sulla porta, coll'ultimo saluto della mano, gli ripetè ancora, colla malizietta bonaria del critico verso un autore che gli è simpatico:—E sopratutto…. guardiamoci dal simbolismo!
…. E dopo?… Dal suo arrivo a Milano? Dalla sua visita al
Direttore?… Da quel pranzettino così squisito e così intimamente
cordiale?… Con Eleonora che gli aveva cantato la Carmen e con
Evelina che gli aveva recitato l'invito, L'incanto, L'inganno?…
Dopo, dopo come gli era successo di fare il capitombolo?
Pietro Laner, riandando confusamente, come in sogno, tutto il suo passato, era arrivato al numero 27 di piazza Cavour, la casa della Schönfeld. Egli, certo, non avrebbe saputo rispondere a tutte queste domande. In quel momento non vedeva più che Nora, la sua Nori! Si era placata anche la fame. Le zie in collera, la faccia padrona, il Direttore che a furia di parole, di parole gli aveva fatte sparire le ventimila lire per far risorgere l'Emporio colle grandi illustrazioni del Figaro, per tirare innanzi il Rinnovatore fino alle elezioni politiche del novembre, nelle quali avrebbe preso un nuovo, uno straordinario impulso da Roma, tutto svaniva, lontano lontano, come i lampi d'un temporale che si dilegua.
Non vedeva più che Nora, la sua Nori; Nora che lo amava e che lo avrebbe salvato.
VIII.
—La signora Schönfeld, dove sta?—domandò Pietro Laner alla portinaia del numero 27.
—Scala grande, terzo piano, l'uscio a sinistra.
Il giovanotto salì lentamente, cacciando fuori il capo, per guardare nel vano il giro ampio della ringhiera e ripetendo fra sè: terzo piano, scala grande, l'uscio a sinistra. Quando fu su, l'uscio lo trovò subito. C'era nel mezzo, in alto, un biglietto di visita:—Edita Schönfeld—e sul nome una corona di contessa. Pietro Laner vide subito anche il bottone lucente del campanello, ma non lo toccò. Prima si spolverò le scarpe col fazzoletto, si abbottonò il paltò, si aggiustò la cravatta, tirò fuori i guanti, si levò gli occhiali per ripulirli, poi tornò a rimirare il bottone del campanello…. ma invece di toccarlo, sospirò.
—Se l'andare lui dalla Schönfeld a cercar di Nora, non fosse stato assolutamente "come si deve?" Se poi Nora si fosse arrabbiata?—E rimaneva irresoluto dinanzi all'uscio, quando l'uscio, a un tratto, si spalancò: era la cameriera, una bella ragazza, che aveva aperto ad un garzone di caffettiere, il quale passò via portando sulle spalle un gran cesto vuoto.