—Cerca della signora Schönfeld?—domandò la bella ragazza a Pietro
Laner.

—Vorrei sapere…. avrei da dire una parola, per parte di suo zio, alla signorina Nora. È venuta oggi? è qui la signorina Nora?

—Sissignore; cioè credo: adesso andrò a vedere.—E la cameriera aprì l'uscio del salotto, ch'era in faccia a quello dell'anticamera, e lo richiuse in fretta, appena entrata.

Fu un attimo, ma in quell'attimo Pietro aveva veduto come in un'apparizione, la Schönfeld e la Nora che sedevano sdraiate, quasi abbracciate sul canapè. Aveva veduto il salotto pieno di fiori, i tavolini pieni di dolci, di bottiglie: aveva veduto due signori che scherzavano galantemente, e in quell'attimo aveva pur sentita anche la voce di quello dei due più vicino a Nora, e che le offriva un bicchierino di rosolio: una vocetta alta e tremula…:—Non mi dica di no, signorina Eleonora!… Non mi dica di no!…—poi l'uscio si era richiuso: tutto era sparito.

Ci fu subito nel salottino un gran silenzio, che durò qualche minuto. Di là, certo, confabulavano a voce bassa. Poi tornò la cameriera, ma da un'altra parte. La bella ragazza non aveva più la faccia sorridente: era sossopra, aveva il broncio; dovevano averla strapazzata.

—Venga di qua,—disse sgarbatamente al giovanotto facendolo entrare in una camera piena di vestiti, di sottane sulle seggiole, sul divano; e in mezzo, sotto il baldacchino, un gran lettone di mogano, colla coperta di lana azzurra, damascata.

—Viene subito!—e la cameriera, piantò il giovanotto e se ne andò sbattendo le portine coi vetri a smeriglio.

—Per Dio!—mormorò Pietro Laner, sbuffando, battendo i piedi furioso.—A noi due! Adesso a noi due, signorina Eleonora!

Nora non si fece aspettare: piombò in camera rossa, furente.

—Cosa c'è? Cosa vuoi? Cos'è successo?—domandò colla voce bassa, rotta dalla collera.