—Ci vuol altro che le ventimila lire!—rispose Nora sorridendo sdegnosa, con un'alzata di spalle.—Lavorare?… Tu poi, che non hai il talento del mestiere, le risorse che può avere lo zio Matteo. Ci vuol altro!

A questo punto fu tutta una sollevazione, una ribellione nell'animo di
Pietro. Egli sentì l'offesa ancora più forte del dolore.

—Ah no! Questo no! Non ho il talento di essere una canaglia come tuo zio! Di essere un truffatore, un ladro, come tuo zio! E nemmeno di essere "onesto" a modo tuo. Di quella onestà che tu vanti. Di quella onestà che è una vergogna, una menzogna, un'infamia. Ah, l'ho capito il tuo giuoco "onesto!" ho tutto indovinato.—Innamorato sì, lo sono stato, ma imbecille no; imbecille mai!… Il tuo gioco e la tua onestà, è visibile, è chiara, è sconcia! Ti eri messa d'accordo con tuo zio per ingannarmi, e poi adesso mi pianti per i milioni del Kloss! Eccola la verità! Ecco la tua onestà!… Per essere falsa, come tu sei stata falsa con me, per trattar così bassamente dopo avermi tanto ingannato, devi essere diventata, o stai per diventare, l'amante del Kloss! Sì! L'amante del….

—Signor Laner!—intimò Nora con voce sommessa, ma così vibrata, da fermarlo sull'attimo.—Signor Laner!—Era livida, contraffatta: lo fissò cogli occhi torvi, saettanti la collera, il disprezzo, l'odio: lo vide diventar pallido, esitare…. Lo fissò ancora, poi con un'alzata di spalle, con un ultimo atto di disprezzo,—buon giorno!—borbottò seccamente, beffardamente e se ne andò piantandolo solo.

Pietro rimase immobile, muto. Lungo il viale di tigli sentì dileguarsi il fruscìo delle vesti, il rumor dei passi ritmici, sicuri. Si guardò attorno come per cercarla…. Era solo. Non si mosse, non fece un passo: rimase così, immobile e muto, senza una parola, senza una lacrima.

Matteo Cantasirena declamava, lamentando le lunghe assenze di Nora.

—Oh, si figuri!—esclamava la Gioconda.—Comincia troppo presto a predicare! Non sono ancora le due; fino alle cinque, verso l'ora di pranzo, la signorina Nora non si lascia più vedere!

Ma il Cantasirena continuava lo stesso. Costretto a restare in casa perchè gli era morto il Rinnovatore, e per paura dei "tirolesi", si sfogava a predicare l'ordine, la morale e gli ideali. Colla veste da camera color marrone, strascinando i lunghi cordoni rossi, passava dal salotto alla cucina, e dalla cucina allo studio, sempre colla voce in aria, declamando. Con Evelina, che continuava a scrivere il suo Dizionario, si sfogava contro l'ingratitudine dei "patriotti viventi" e ripeteva, forse per la ventesima volta: "Quell'asino del marchese Duranti, in sospeso!… Ha sempre amoreggiato coll'Austria!…—Ma procura di mettere un po' d'ordine su questa tavola. I piatti colle bozze di stampa, il gatto colle mie note!" "Ft!… Marche!…" e Numa spariva sotto il canapè, dopo aver ricevuto una staffilata forte, sulla groppa, colla nappa e il cordone della veste da camera.

In cucina, il Direttore guardava nelle pentole, nelle casseruole; e con un braccio attorno alla vita della Gioconda, e stringendo colla sua affettuosità paterna il bel servone contro il petto, assaggiavano insieme, sulla stessa forchetta, un pezzetto di stufato, o sorbivano il consommé un po' per uno, nel mestolino. E negli intervalli egli continuava a predicare contro "E-le-oo-nò-ra".

—Questo andare in giro tutto il santissimo giorno, senza che io sappia dov'è, dove va, cosa fa, non è bello, non è decoroso, non è morale! La gente fa presto a sparlare, e l'onore di una ragazza è subito compromesso. Se quel tanghero del signor Laner non sa imporsi, non sa mettere un po' d'ordine, ci penserò io. Vita nuova!