—Io ti dirò una cosa sola,—disse Matteo Cantasirena, mettendo in ordine lentamente le carte, i libri sparsi sulla tavola.—Nelle cose serie della vita ricordati che hai uno zio, che diventa un padre….. un padre amoroso. Quando hai bisogno di aiuto, di difesa, di consiglio, eccomi qui, pronto, a braccia aperte. Tra i miei molti errori,—e sospirò—ho avuto in abbondanza tutti quelli del cuore: è per questo che non ho fatto fortuna; nel qual caso, sarei forse amato di più. Ricordati: quando si ha una famiglia non si è mai soli nel mondo. L'ideale della famiglia, dopo quello della patria, è il più alto, il più puro. E quando non c'è ideale…. non c'è idealità. È inutile dedicarsi all'arte, nemmeno all'arte gentile, appassionata del canto!
Matteo continuò a sospirare e a metter ordine nella roba del salotto. Numa si era arrischiato di venir fuori, dall'ombra. Accosciato, diritto, in mezzo alla stanza, guardava il padrone e aspettava sempre il momento di fare un salto, movendo, strisciando la coda per terra, come una biscia.
A un tratto si fermò un brum, sotto la finestra.
—Taddeo! Taddeum che ritorna!
Se quell'imbroglione del Brunetti gli aveva mancato ancora di parola, era la volta che si disgustava davvero!…
Tutti erano un po' in ansia: Evelina tornò nel salotto; la Gioconda corse ad aprire.
—E così? Ha risposto?—domandò il Direttore, aspettando Taddeo sull'uscio.
—Sissignore!—Anche il vecchio soldato era allegro: pareva si avanzasse ballando sulla gamba di legno, al suono delle medaglie.
—Qua, vediamo!—Il Direttore gli strappò la busta di mano. C'erano le duecentocinquanta lire.
—Oh, alleluia!—esclamò la Gioconda avvicinandosi colle mani sui fianchi, e aspettando la sua parte.