IX.

Il duca Giovanni di Casalbara e il commendator Francesco Kloss erano intimi fra di loro, per via delle comuni intraprese donnesche. Si erano conosciuti in casa di Madame Dupont, una vecchia parigina—forse—tutta riccioletti che tingevano come il carbone, e molto servizievole. Ma soltanto per le persone serie, ragguardevoli. Diceva ridendo, che molte volte avrebbe potuto mettersi a fare anche lei il discorso della Corona. "Signori Senatori: Signori Deputati…."

Il Casalbara e il Kloss si erano conosciuti lì; poi si erano apprezzati, scoprendosi per i due amanti della stessa donnina che costava un occhio al Casalbara e la rinnovazione di qualche cambialetta, quando c'era anche la firma solvibile della sarta o della modista, al banchiere Kloss. Da quel giorno, furono in lega. Sempre insieme, indivisibili, simpatici l'uno all'altro per i loro vizi, deridendosi reciprocamente per quel poco che ciascuno aveva di buono.

Il Kloss disprezzava il Casalbara per il fondo dolce, un po' sentimentale del suo carattere e l'orgoglioso rispetto e la venerazione quasi religiosa per il proprio nome. Il Casalbara compativa il Kloss per le sue idee moderne, per la sua grande, maravigliosa attività, per la sua febbre di lavoro, di guadagno. Erano tutti e due troppo diversi per intendersi: diversi di nascita, di temperamento e di fortuna.

La fortuna del Kloss era stato suo padre, che aveva saputo fallire a tempo e bene, mentre il suo socio si era impiccato fra i cortinaggi della camera da letto. La fortuna del Casalbara era stato il fratello Eriprando, morto a Josephstadt.

Il Casalbara era ancora giovanissimo, quando una notte, suo fratello fu arrestato, condotto a Mantova e di là seppellito nella fortezza austriaca.

I due fratelli erano orfani, e Giovanni rimaneva solo. Fu condotto a Torino da una zia, la marchesa di Castelletto-Rugarole, e a Torino, fra le signore della Corte e del bel mondo, fra emigrati, patriotti, uomini politici e giornalisti, si cominciò quasi a dimenticare il martire che languiva lontano, fra gli stenti e le sevizie del carcere, per compiangere il bel giovinettino biondo e sottile che passeggiava sotto i portici di Po, sempre vestito a lutto, sempre raccolto in una mestizia grave.

E quando giunse la notizia che il duca Eriprando era morto laggiù di patimenti e di crepacuore, si fece una grande dimostrazione sotto le finestre di Giovanni, il quale dovette uscire a ringraziare la folla plaudente. Da quel giorno, il solo, il vero martire fu lui, e dal proprio martirio ebbe, in quel periodo di baldorie nazionali, tutte le soddisfazioni, tutti i vantaggi, anche quello di un forte compenso per i beni del fratello stati incamerati dall'Austria, e la concessione di una lotteria che, affidata a mani esperte, gli fruttò un milioncino netto, senza che lui nemmeno se ne fosse accorto.

Ma se gli altri avevano dimenticato il fratello per lui, Giovanni, però, se ne ricordava sempre. Quella memoria era la sua religione, il suo culto, la grandezza più fulgida della sua razza, che discendeva dalle Crociate. Ed egli sentiva tutta l'alterezza di essere l'ultimo rampollo di quella casa, e tutta la grave responsabilità che gl'incombeva per essere il fratello di suo fratello. Soltanto la sua mente ristretta, i suoi gusti, il suo genere di vita non gli concedevano e non lo mettevano nemmeno in grado di poter compiere nulla di straordinario, di elevato. Ed egli si accontentava di andare a poco a poco in malora, pur di mantenere il lusso, il fasto della sua casa, come l'aureola, il tabernacolo degno di quella tradizione antichissima e di quella gloria recente. Il duca di Casalbara ravvolgeva la propria persona di un riserbo dignitoso che non gli permetteva di portare in pubblico i suoi vizietti: il martire superstite del martire di Josephstadt, non poteva farsi vedere colle clienti di Madame Dupont: le salutava in teatro con un sorrisetto e le mandava innanzi nel gabinettino del restaurant, dove egli entrava poi, grave e serio, per diventare subito, appena chiuso l'uscio, tenerissimo, tutto sorrisetti, languori, moine.

Era perciò che le trattative di quei convegni venivano iniziate e condotte a termine dal Kloss. Finchè c'era da mostrarsi, era sempre il Kloss che andava avanti: quando c'era da pagare andava avanti il Casalbara. Non che al Kloss spiacesse di spendere per taccagneria; soltanto per il suo amor proprio di banchiere ci teneva a far sempre un buon affare, anche quando si trattava di godere e di divertirsi.