—Una fera primizia da imperator!
Nora, dopo aver guardato il Kloss (omai sapeva chi era), fermò lo sguardo sul Casalbara, tutto ingommato, tutto attillato, tutto legato nell'abito nero e nel gilet bianco a cuore. L'occhio profondo di Nora si fissò lungamente sul biondo senatore, ed ebbe una carezza così calda, così penetrante che gli fece sentire un dolorino acuto sotto il ginocchio, fasciato di lana.
—Maravigliosa,—ripetè il Casalbara con due o tre altri colpetti della mano ai ricciolini gialli; poi odorò il mazzo di violette che aveva all'occhiello, si grattò leggermente il ginocchio colla punta delle dita e tornò a fissarla coll'occhialetto.
—Vi guarda,—gli disse Kloss.
—Saprà che sono il duca di Casalbara.—E cominciò a filare con Nora e Nora con lui, mentre Francesco Kloss stava attento a tutti e due ripulendosi le unghie nere collo stecchino da denti, che, dopo pranzo, portava sempre con sè, per quell'uso, nel taschino del panciotto.
Finita l'opera, aspettarono la Schönfeld e Nora sotto l'atrio del teatro.
Passandogli vicina, così alta, così bella, così bionda, Nora non guardò il Casalbara, ma arrossì abbassando un po' il capo.
—Una fera primizia da imperator!—ripetè il Kloss, dandogli un altro colpo nel gomito.
Il giorno dopo cominciarono a passare sotto le finestre, il Casalbara ancora più roseo, più biondo, colle scarpettine dal tacco alto che scricchiolavano.
Nora era alla finestra. La sera tornarono al Manzoni: Nora era in teatro, e all'uscita arrossì ancora di più, ma questa volta, prima di abbassare il capo, guardò il duca alla sfuggita.