Giacomo, senza parere, sta attento e osserva: Luciano diventa con sua moglie persino affettuoso: offre una gita in automobile fino a Pont de Nant alla suocera e allo zio Rosalì; ride e scherza con la cognatina e con la Carfo a proposito del Danova, di sir Wood e delle gelosie di Totò; sguinzaglia Din e Don sulle tracce di missis Eyre e suona per chiasso la cornetta dell'automobile sotto la finestra di mademoiselle, la quale a Villars non fa altro che dormire. Ma intanto Giacomo osserva che Luciano spedisce e riceve continui telegrammi, e mentre vuol sembrare allegro e calmissimo, ha scatti d'ira, fuori di proposito, contro i camerieri, i servitori, e contro il signor Zaccarella che appare confuso, impacciato e che non osa di guardare in faccia donna Maria: segno evidente che il padrone sta per farne una delle sue.

— Quel matto, scommetterei, medita di piantar qui la moglie per correre a Parigi! — pensa Giacomo fra sè.

In fatti, due giorni dopo la notizia del Figaro, Luciano, a colazione, annunzia, parlando a bocca stretta, la sua partenza non addirittura per Parigi, ma per Losanna e forse per Ginevra...

Nessuno domanda nè la ragione, nè la durata del viaggio. Ciò significa: tutti sapevano il grande successo di Fanfan e tutti prevedevano che Luciano se la sarebbe presto svignata.

— Da Losanna a Ginevra, gran bel tratto di paese! — sentenzia, gravemente, lo zio Rosalì. — Clima assai più costante.

Tutti cito, e il principe continua, dopo un altro momento di silenzio, sentendosi obbligato a fare gli onori della conversazione:

— Qui piove, per esempio, e sul lago fa bel tempo! — Ancora, silenzio. — Non è vero, Cristina?

— Loda il monte e tienti al piano! — risponde la duchessa; e con questo ha finito.

Luciano trova il vino cattivo: si fa cambiare la bottiglia strapazzando il cameriere, poi riprende a parlare del suo viaggio.

— C'è una riunione a Losanna, di vari soci del Club automobilistico di Parigi: c'è la scommessa di raggiungere i novanta chilometri all'ora.