— Va bene: Inabilitarmi. È un... modo di dire...

— E di fare.

— Ma devo entrarci anch'io, con le mie buone ragioni, e saprei difendermi. In ogni modo, la minaccia per sè stessa, prova già abbastanza il tuo stato d'animo a mio riguardo. Potrei sapere il motivo, — vero, — della tua indignazione? Il motivo, — vero, — del tuo viaggio fino a Villars-Ollon? Vorrai dirmi, almeno, di che cosa adesso «proprio adesso» desideri parlarmi con tanta fretta?

— Subito. Sono venuto a Villars per dirti questo esplicitamente e categoricamente: bisogna piantare, una buona volta quella... donna che tu hai a Parigi, — e per la quale hai già speso a quest'ora.... — Giacomo s'interrompe. — Lo sai?... No?... — Hai già speso un paio di milioncini! Bisogna piantare quella... Fanfan Trécoeur!

Luciano, con impeto, tende la mano aperta verso la bocca di Giacomo:

— Tu, adesso, vuoi entrare nella mia vita privata! Non te lo permetto!

— Ma che vita privata! È la tua vita pubblica! È tutto il mondo che lo sa e che ride alle tue spalle, alle mie... e alle spalle di tua moglie!... Ridere o compiangere, in questi casi è la stessa smorfia!

Luciano, stravolto, cammina su e giù per calmare i nervi.

Poichè Giacomo, — vero plebeo! vero mercante! — ha pronunziato così, senza nessuna delicatezza, il nome di Fanfan, si sente lui costretto a doversi reprimere.

Ancora un paio di giri furiosi in su e in giù per la stanza, — vero plebeo!... vero mercante! — poi, d'un tratto, gli balena un'idea e si ferma in faccia a Giacomo: