Luciano torna a rabbuiarsi.
— Con Fanfan, c'è poco da divertirsi! Chi sa quanti nuovi capricci! E poi sempre con la voce da non mettere a repentaglio!... Tutti i riguardi, tutte le privazioni e le astinenze, per la voce!... Quasi sempre no, per paura della voce!... Quando canta, perchè canta, quando non canta... perchè ha da cantare!... Uff!... Certe volte, per ottenere un giorno di mezza quaresima, bisogna discutere e venire a patti, con il maestro, con l'impresario e con la pettinatrice!... E poi, l'ombra di Banco; anzi, della Banca: mister Kennett, il re della glicerina!
Luciano ride di gioia... Ah! Ah! Paolo, non può torna da capo a consolarsi.
— Ah! Ah!... Ma questa volta, almeno, se avrò da avvelenarmi il sangue a Parigi, mi potrò sfogare al ritorno! Ah! Ah!... Paolo e Francesca!...
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
E così, in quella corsa precipitosa, vertiginosa, tra la luce del sole sfolgorante e la maraviglia ridente dei colori, tra la limpidezza tranquilla del cielo e lo specchio nitido dell'acqua cristallina, fra la bellezza e la calma del luminoso pomeriggio, Luciano continua ad accumulare nell'animo con la smania e la promessa vicina di scene e di vendette, i pensieri più tristi e più foschi.
— Téé! Téé! Téé! Tuff! Tuff! Tuff!
II.
Giacomo, piantato lì il fratello a mezzo di quella veemente invettiva, corre nelle sue stanze, come a cercarvi rifugio.
Con le mani si tien chiuse le orecchie disperatamente per non sentir l'eco di quelle ingiurie.