Egli comincia a spogliarsi lentamente. — Presto sarà ora di pranzo! — Non chiama il cameriere, si veste solo e intanto continua a pensare a Maria... e a Luciano.

— Che razza d'uomo!... Non sembra nemmeno uno dei nostri. È un frutto guasto dai suoi stessi vizi! E così, travisandoli, deturpa e avvelena affetti e sentimenti! Osare, persino, di dubitare di me, di Maria?... — Giacomo dà un'alzata di spalle. — Che! Che! Dubitare! Se lui stesso è il più convinto della sua propria falsità!... Inventa e sa d'inventare! È una perfidia atroce, ma gli fa comodo!... Che cattiva bestia! Cioè no. Cattivo sì, ma non bestia! Tutt'altro!

Giacomo ha capito subito, alla prima, il triste giuoco del fratello. L'insinuazione calunniosa è un'arma a due tagli: contro la moglie e contro di lui. Con quell'arma in mano, pronto a colpire senza scrupoli e a tradimento, Luciano si sente fortissimo; può commettere qualunque eccesso per quella Fanfan e qualunque infamia contro sua moglie!

— Sicuramente! Se io gli tengo testa, è capace, capacissimo, di gridare ai quattro venti che sono l'amante di Maria!

— Che canaglia!

A questo nome «Maria», a queste parole «l'amante di Maria», che gli si affacciano al pensiero per la prima volta così precise e chiare, egli si ferma dinnanzi allo specchio, attonito, con i due capi della cravatta fra le mani...

— Che falsità! Che canaglia!

Deve fare, disfare il cappio: non gli riesce.

Non si sente più sicuro, libero di sè, come prima. Soffre, — è proprio la parola, — soffre un tormento nuovo: un senso strano e nuovo di timidezza.

Quando, sotto l'atrio, s'incontra con Maria, prima di pranzo, arrossisce suo malgrado, e non può, lì per lì, fissarla in faccia.