Poi, mentre con la coda dell'occhio, spia di lontano la macchia folta degli abeti che riparano Maria sotto l'ombra solitaria, egli si fa spiegare da Remigia le regole del tennis e resta lì, fuori della rete, a veder giuocare.
— Bravissima, la Pïccola!
Pronunzia la Piccola con la lunga dieresi, come fa Maria, e ne riceve un'intima sensazione di gioia.
Anche alla sera, tardi, quando tutti gli ospiti rientrano nell'albergo, Giacomo invece di fermarsi con Maria, come faceva prima, nella veranda a discorrere e a discutere di romanzieri e di poeti, entra con Remigia nella sala da ballo, e si ferma a vederla ballare. Ride con lei e con la Carfo a proposito dei suoi adoratori «internazionali». Scherza alle spalle di monsieur Malot, il parigino puro sangue, il ballerino di forza e di grazia; scherza a proposito dei voli letterari di Lothar Schmidt e anche Giacomo si mette a chiamare il Danova «Re Faraone» e sir Wood «il bell'Apollo della caramella!».
Maria Grazia, le poche volte che può trovarsi faccia a faccia col cognato, lo interroga muta, con gli occhi soltanto.
— Perchè?
Sembra dire, dolorosamente: — Devo perdere anche questo mio solo conforto? La tua amicizia buona e cara?
Giacomo le risponde arrossendo leggermente, crollando il capo e si allontana.
— Perchè? Perchè?... — ripete Maria in cuor suo.
Ma il cuore finisce per intuire, per indovinare vagamente, in tutto o in parte, la verità, e allora è lei pure che arrossisce se per caso incontra gli occhi di Giacomo.