— Non del nostro Totò!... Del nostro caro Totò, tesöro! È un autografo del figlio di Sua Eccellenza Totò!

— Ho capito. È un autografo dell'onorevole Carlo di Rudinì. Datemi l'album! Mi fo coraggio! Col papà, siamo stati nello stesso ministero!

— No, invece! — Ritira l'album scostandosi, piegandosi sulla poltrona con un atto grazioso di rifiuto. — Voi scriverete su questo. — Apre l'altro album che tiene sulle ginocchia e lo sfoglia lentamente tornando ad allungarsi sulla poltrona. — Mimì, gioia! — Spingimi adagio adagio... — Mimì coi piedi, con le due mani fa dondolare la poltrona, lieve lieve. — Ah, brava! Così!... Delizioso!... Fammi fresco, Totò! Alto!... Alto!... Sul capo!... Totò, pure in piedi, accanto alla poltrona, apre un ventaglio grande giapponese che ha preso nel cestino e continua, tenendo il braccio ritto, a sventolare adagio, la faccia impassibile e gli occhi innamorati.

— Voi, Giacomo, scriverete qui, — ripiglia Remigia. — Su questo album più piccolo e chiuso a chiave, perchè è l'album degli illustri simpaticoni. Guardate, leggete: Gabriele D'Annunzio, Rostand...

— Basta! Bastano questi due nomi! Io non ci posso più scrivere!

— Lo voglio! Lo voglio! vi chiamerò sempre onorevole, commendatore, grande ufficiale, Eccellenza!

Insiste anche Mimì, e dichiarando che la sua Remigia quel giorno è proprio una bellezza, prende dalla cartella un piccolo calamaio e una penna.

— Da bravo, signor D'Orea! Non si faccia tanto pregare! Ha osservato oggi come sono d'oro i capelli di Remigia?

Totò non fiata, muso duro. Trova che comincia a diventare un po' urtante anche quel Giacomo lì.

Lui... non è mai stato invitato da Remigia a scrivere sull'album dei simpaticoni!