Il signor Zaccarella sudato, trafelato, si arrabbia e gesticola come un ossesso.

— Non basta far presto a scaricare! Bisogna far presto anche a portar la roba al riparo, all'asciutto, o va alla malora! E le bollette?... Presto! Le bollette! Bisogna riscontrare il numero delle bollette!

Con tutta quella roba, con tutto quel da fare, c'è un solo impiegato rintontito che non sa spiegarsi in nessuna lingua, e un capo-stazione mutria, sempre fermo e che non fiata!

Il signor Zaccarella grida, continua a gridare ingarbugliando il francese, il tedesco e l'italiano. Come lui e attorno a lui, gridano tutti. I servitori con i facchini, i facchini con i servitori: e le cameriere, — che hanno perduto «il sacco rosso con il nécessaire di donna Maria Grazia» e «l'astuccio più grande con i colori e i pennelli della duchessina Remigia» — strepitano a loro volta fermando i duri e arcigni conduttori del treno che stizziti da quella confusione babelica le piantano bestemmiando e sbattendo gli sportelli. E con tanto baccano, con tanto disordine, con tanta furia di far presto, sempre l'acqua che viene a dirotto... e sempre, fra le gambe, due piccoli barboncini neri, legati insieme con una catenella d'argento, che corrono di qua di là, annusando, cercando i padroni, sempre abbaiando, abbaiando disperatamente, finchè i viaggiatori sono tutti a posto, finchè tutto è chiuso, pronto per la partenza, finchè batte a campanella, il mostro fischia e il treno riparte, finalmente, ansando, sbuffando, lasciando dietro di sè grandi nuvole di fumo... poi la quiete e il silenzio nel bigio uniforme della campagna triste e deserta.

— Eccomi! — Il bagaglio è tutto a posto sotto la tettoia e il signor Zaccarella corre vicino al gruppo delle signore e dei signori. — Eccomi, donna Maria! Domando scusa, signora duchessa! Con queste marmotte di svizzeri, c'è da perdere la testa!

— E colazione? Avete pensato dove si fa colazione? — ripetono insieme la duchessa e il principe Rosalino. La bellissima donna Maria Grazia D'Orea, la figlia maggiore della Moncavallo, appoggiata con un braccio al suo alto ombrellino da passeggio, non dice più una parola; non ascolta, non bada agli altri. I suoi grandi occhi neri e pensosi guardano lontano; il quadro di mestizia che la circonda, è penetrato anche nella sua anima.

— Si fa colazione al grand hôtel de Bex! — risponde il signor Zaccarella. — Ho fissato due landò...

— Pronti, capitano! — interrompe Pasquale, il maggiordomo. — Vengono adesso!... Dall'altra parte della stazione!

— Per far presto, ho telegrafato da Losanna!

— Benissimo!