Marco Danova, scorta la Remigia in fondo al piccolo sentiero che attraversa il bosco, si avvicina alla capanna, diritto e duro.

In quel punto non c'è altra strada, per tornare alla Tête-pointue! E anche Din e Don, sempre festevoli e mansueti, si mettono, proprio quel giorno, a fare il cane da guardia! Mentre il Danova passa dinanzi all'uscio, guardando con evidente sforzo da un'altra parte, si rizzano ringhiando: quando è passato, gli corrono dietro alle calcagno, abbaiando. Ma il Danova continua a camminare diritto, duro, senza voltarsi. Il suo collo sembra diventato di legno.

— Che balordo! — borbotta Giacomo furioso, mentre Remigia ripete costernata: — Ci ha visti! Ci ha visti!.

— Che importa?... Avete fatto malissimo a nascondervi! Ecco tutto!

Giacomo è rimasto irritatissimo dal contegno del Danova, dallo spavento di Remigia, da tutta quella scena. Esce dalla capanna, chiama Din e Don con quanto fiato ha in corpo: Din e Don ritornano, frullando il codino monco, ma il Danova, sparisce, sempre senza voltarsi.

— Che balordo!... E che villano!

Perchè quell'affettazione di non voler salutare, di non voltarsi, di non voler vedere?... Non voler vedere che cosa?... E che cosa possono mai supporre... di male, fra lui e la sorella di sua cognata?... Fra lui, uomo serio, uomo vecchio e quella... bimba, che può essere sua figlia? Che considera come sua figlia?...

Ah mon Dieu! Mon Dieu!

— Finitela! — Giacomo, non potendo sfogarsi anche contro il Danova, si sfoga con Remigia sola, per tutti e due. — Finitela di fingere spaventi ridicoli, che non hanno senso!... Sempre giuocare! Sempre fare il chiasso, senza pensare che le... sciocchezze possono servire di pretesto... alla cattiveria! Su, alzatevi! Venite fuori; legate i vostri cani e torniamo subito all'albergo! Facciamo presto!

Remigia obbedisce senza più fiatare. Scioglie il guinzaglio che s'era avvolto attorno alla vita e lega Din e Don che fiutano la burrasca e interrogano la padroncina con gli occhi inquieti.