— Andiamo, gioia!... Andiamo, tesöro!...

Remigia cammina innanzi per il piccolo sentiero tra gli alberi folti, tenendo al guinzaglio Din e Don. Giacomo la segue, sempre brontolando, e pensando all'impressione che avrebbe potuto ricevere Maria vedendo il Danova, — che balordo maleducato! — a passare in quel modo!

Ritorna a sfogarsi contro Remigia:

— Fanciullaggini! Sempre fanciullaggini! Invece di tanto spavento, bisognava chiamare il Danova, costringerlo a voltarsi e farlo entrare!

Remigia si ferma su due piedi e si volta: prende il guinzaglio con le due mani, tanto Din e Don tirano forte per trascinarla verso l'albergo.

— E voi, allora?... Perchè vi siete nascosto anche voi? Perchè non siete uscito voi, a chiamarlo e a salutarlo?...

Giacomo rimane colpito dal tono risoluto e dalla giustezza dell'osservazione; ma appunto, perchè non sa che cosa rispondere e perchè sente d'aver torto, s'irrita ancor di più, internamente, e si mostra ancor più nervoso.

— Il Danova è un balordo; questo è positivo! Un gran balordo e un grande villano!

Din e Don danno una forte strappata al guinzaglio facendo voltare Remigia: ella passo passo, si lascia trascinare dai due cani, allungando, stirando le braccia.

— Oh, povero re Faraöne! — mormora con un sorrisetto compassionevole.