Giacomo le tien dietro, imbronciato, per lo stretto sentieruolo.

A un tratto, quando gli alberi diradano e Remigia, uscendo dal bosco, entra nel giardino dell'albergo, si ode la voce della duchessa Cristina, che, scorta la figliuola da lontano, le muove incontro, chiamandola:

— Idola!... Idola cara!

— Addio, mammà!

— Finalmente!... Mademoiselle, lo zio Rosalì, ti cercano!... Dove sei stata tutto questo tempo?... Ero inquietissima!

— Sono stata nel bosco, mammà, con Din e Don a cercare i fiori di genziana! Non ne ho trovato nemmeno uno!

— È un'imprudenza, cara!... — La duchessa, raggiunta l'Idola, l'abbraccia con trasporto, come se ritornasse da un viaggio o dall'aver corso un grande pericolo. — È tutta mattina che ti cerco, gioia! Perchè sei andata così lontano?... Sola soletta?...

La parola le si ferma in gola. Giacomo, in quel punto, esce dal bosco e si avvicina lentamente, tenendo nelle mani l'ombrellino e il ventaglio che Remigia aveva dimenticato nella capanna.

La duchessa, alla vista del D'Orea, non dice una parola, non lo saluta nemmeno: rimane interdetta, esterrefatta... Lo guarda, lo fissa pallida, muta, imponente: ma i suoi occhi, la sua faccia, esprimono insieme alla maraviglia, allo stupore e alla collera, il dolore, il rimprovero di una madre... e di una tal madre!

Gli occhi dell'Idola si riempiono di lacrime. Ella si lascia sfuggire Din e Don che prendono di nuovo la corsa, legati insieme, e girano, continuano a girare vorticosamente, in mezzo al prato.