Ma il signor Zaccarella, invitato a ridere, non ride. Sta attento soltanto a Sua Eccellenza, pronto con la senape o con la Worcestérs sauce, con la bottiglia d'Yvorne o con l'acqua di Montreux.
Mimì Carfo, mentre la duchessa si serve del pezzo gelato, si china all'orecchio del D'Orea, mormorando:
— Povera Remigia! Ha pianto tanto!... Com'è pallida! Com'è bella! È ancora più bella! — Non può resistere, le manda un bacio e s'indispettisce contro la freddezza di Giacomo: — È un uomo... senza entusiasmo!
La povera Mimì, tra Sua Eccellenza Molinella che manca di calore, e il Re Faraone che dal suo tavolino in faccia, di tutto il pranzo, ciò che mangia di più è Remigia con gli occhi, trema per la sorte della sua amica:
— Dovesse proprio finire in quelle brutte mani!
Cerca, tuttavia, di attizzare il fuoco e soffia, soffia per farlo ardere:
— Povero Totò! — esclama con uno schianto sentimentale. — Villars gli è proprio stato funesto!... Oh, come aveva ragione di temere il numero tredici, e Marco Danova! Altro che jettatura, povero Totò!
— Jettatura arriva ove disgrazia corre!
Dopo questa grave sentenza dello zio Rosalì, il pranzo finisce in silenzio. Preso il pezzo gelato, tutti si alzano senza aspettare le frutta. Mimì corre a dare un bacio a Remigia e le due ragazze escono insieme dalla sala da pranzo. Quel giorno non si va sul terrazzo. Per ordine preciso della madre, il pasto di Din e Don ha luogo negli appartamenti superiori.
Giacomo non si ferma sotto l'atrio a prendere il caffè, già ordinato dal signor Zaccarella. È stufo di tutta quella gente! Scambia qualche parola con missis Eyre, guarda il barometro, poi, passo passo, raggiunge Maria in giardino. Ella è sola, con un libro, seduta al solito posto.