— Chi sa che cosa avrà risposto al signor Zaccarella?.. Io l'ho proprio mandato al fuoco, il capitano!... È vero che ambasciator non porta pena! L'ira della figlia e quella della madre, specialmente, si scateneranno sopra di me! La madre, stasera: quella non si scomoda mai, nemmeno per montare in furia, e aspetterà l'ora del pranzo per assalirmi!... Ma la Piccola?... Certo! Piomberà qui come una saetta!
Giacomo continua a stare attento e a tener fissi gli occhi sull'uscio, come se dovesse spalancarsi da un momento all'altro! Invece, niente. Passa più di un'ora... niente. Nessun rumore di voci o di passi nel corridoio.
Giacomo suona, e fa venire il signor Zaccarella.
— Così?...
— Eseguito l'ordine appuntino, onorevole signor commendatore!
— Mi dica soltanto signor D'Orea! Si guadagna tempo tutti e due! La duchessina Remigia è andata in collera?
— Oh! Tutt'altro! Appena ho espresso il desiderio di vostra... signoria... Ubbidientissima, docilissima, ha levato ella stessa le sonagliere a Din e a Don. Soltanto devo aggiungere, per la verità, che missis Eyre ha voluto abusare della vittoria e ha avuto torto.
— In che modo?
— Ha detto forte dall'uscio della sua stanza ad una delle cameriere dell'albergo, e in modo di essere udita anche dalla signora duchessina: — ho parlato io con il padrone della carovana e d'ora in poi, cani e gente, cuccia lì, e tutti cito!
Giacomo s'alza di scatto: