Mimì, così dicendo, si nasconde la faccia fra le mani e fugge via con un singulto di lacrime.
Giacomo rimane attonito a bocca aperta.
— Io?... Farla morire?... Ma diventano tutti matti alla Tête-pointue? Il cuginetto! Totò! Mezzo milione di dote e si telegrafa a Totò!... Bisogna parlarne assolutamente con la duchessa Cristina: le chiederò un colloquio per stasera stessa, dopo il caffè.
Scende sotto l'atrio una buona mezz'ora prima del pranzo e aspetta. Passeggia, esce in giardino, rientra... si ferma qua e là salutando le poche conoscenze rimaste ancora a Villars... Finalmente, ecco la duchessa!... È sola, quel giorno, senza nemmeno l'ombra magna dello zio Rosalì!
Giacomo le corre incontro e subito cerca di rabbonirla, lusingandola con tutto il cerimoniale di corte, ripetendole la scena avuta con missis Eyre e profondendosi in nuove scuse.
Ma la madre, più che irritata, è accorata: un profondo accoramento, dignitoso e muto. Ella ascolta Giacomo, sempre guardandolo fisso, senza pronunziare una sola parola. Giacomo, che si aspettava rimproveri e scene, resta sconcertato. Lì per lì, non osa parlare del colloquio, non osa nominare Totò; ma non sa schivare il pericolo più grave: chiede alla duchessa le notizie della sua Idola.
— È un po' indisposta, mi ha detto la buona signorina Mimì?...
La duchessa raggrotta le ciglia nere e folte, ma non risponde che con una lunga e risonante soffiata di naso. Nient'altro: musica senza parole!
Giacomo non sa più che cosa dire, nè che cosa fare; piantarla non può. Guarda l'orologio.
— Oh! Oh! È tardi! Dovrebbe essere sonata anche la seconda campana per il pranzo.