— Mah! — sospira anche Giacomo, preso in quelle strette.
Restano ancora un pezzo tutti e tre fermi, ritti, senza aprir bocca dinanzi all'uscio a vetri della grande sala da pranzo verso la quale il principe Rosalino tien sempre rivolti gli occhi severi e gravi.
Passa via missis Eyre, che tutti fingono di non vedere: entra in sala subito, in fretta, sgusciando dietro alla duchessa e corre a sedersi al suo solito tavolino, sotto una finestra d'angolo. Sa d'averla fatta grossa e d'aver perduta l'amicizia dell'Eccellenza, non più Eccellenza! Apre il Times e si tiene nascosta dietro il giornale.
Anche il signor Zaccarella è già sotto l'atrio e gira attorno ai padroni. Ha l'aria di un cane bastonato, dopo la bella ramanzina che gli è toccata. Nessuno lo chiama, e il capitano, perduto il coraggio e la spavalderia d'un tempo, gira e rigira senza osare di avvicinarsi.
Giacomo da qualche momento, vinto l'imbarazzo e passata anche la stizza, non ha più che un pensiero e un'inquietudine: Maria.
— Che Maria, come la contessina Mimì, non scenda a pranzo?
Guarda l'orologio dell'atrio; sta attento, con l'orecchio, ad ogni passo: d'un tratto sente un noto fruscio di vesti. Il suo occhio e il suo viso si ravvivano:
— È lei!
Donna Maria Grazia scende lentamente lo scalone, lentamente si avanza sotto l'atrio e si unisce al gruppo di famiglia.
— Si ha paura della febbre! — È il saluto della madre.