«... perchè non c'è dubbio! Dopo il mio ultimo colloquio con Giacomo, dopo le mie spiegazioni così franche, leali e confidenziali, se Giacomo fosse davvero quell'uomo di carattere saggio e prudente che vorrebbero far credere i suoi giornali, partito io, sarebbe anche lui partito subito da Villars! La gelosia di un marito è la prova più manifesta del suo attaccamento e della sua affezione, e per ciò, anche quando per un caso diverso dall'attuale è forse ingiusta ed eccessiva, è tuttavia sempre rispettata dalle persone serie e schiette, come riesce sempre gradita e cara ad una buona moglie, veramente innamorata e fedele!»
«Ma invece di partire, invece di distruggere i sospetti, — ed ogni sospetto è legittimo e sacro quando si tratta della propria moglie e del proprio onore, — Giacomo che fa?... Prudente, saggio, e sopratutto molto delicato, non si muove più da Villars, nè dalla Tête-pointue. Con tanti uffici, con l'Italia da fare e l'Africa da disfare, l'uomo importante, il grande lavoratore. Sua Eccellenza, insomma, che aveva già dichiarato di non potersi fermare in Isvizzera più di una quindicina di giorni, senza pericolo per la compagine dello Stato e per l'assetto dell'Europa, è tuttora in villa, a far vacanza!»
«Chi sta bene non si muove!» sentenzierebbe quella cariatide piena di buon appetito dello zio Rosalì! E Giacomo ci sta bene e non si muove più da Villars, perchè tu sei una donna civetta e leggera... e a provarlo, basterebbe, fra cento altri, il solo fatto di Bex! Credi che io non abbia capito tutto? Mi fai anche l'onore di credermi un imbecille?... Ma quel falso tisico sentimentale, perchè è proprio partito... poche ore dopo che io sono arrivato?»
«Ricordati per altro, e ricordati bene: io posso tutto sopportare, ma il ridicolo, no! Spezzato il cuore, voglio che il mio onore resti intero e intatto. Costretto a partire improvvisamente per Parigi da affari gravi, che si potranno conoscere solo più tardi, farete tutti, al mio prossimo ritorno, quanto io giudicherò necessario, ispirato, come sempre, dai miei sentimenti morali e dalla rettitudine della mia coscienza, per la serietà e per la dignità del mio nome!»
«Vita nuova e bando alle commedie vecchie! Quella cara gioia di tua sorella Remigia offre in questi giorni un'altra prova della bella gratitudine dei tuoi parenti a mio riguardo, recitando da ingenua — oh, che santa ingenuità! — in una vostra commedia altrettanto vecchia quanto inverosimile! Fingere gli amoretti con la nubile, sino al punto, magari, di comprometterla e di perderla irrimediabilmente, per coprire gli amorazzi con la maritata! Oh, connu le vieux jeu! Très connu, ma chère! Non è più nemmeno del vecchio Sardou! È del nonno Scribe!...»
E così via via, sempre nello stesso tenore, la lettera di Luciano, volgare e ingiuriosa, piena di boria e di alterigia, riempie sei pagine fitte.
Figurarsi! Quando egli l'aveva scritta era appena stato messo alla porta, per tutto un giorno, da Fanfan! Il re della glicerina, aveva condotta al Bois mademoiselle Trécoeur, per farle ammirare il suo nuovo four in hand. Luciano, è vero, aveva detto e gridato «non voglio»; ma appunto per ciò, Fanfan Trécoeur gli aveva risposto tra due colpetti di tosse, non autentica:
— Non voglio?... Allora vado. Sai che il «non voglio» in casa mia, è fuori di corso!
Ed è andata! È andata al Bois in un giorno di vento! E quel ciarlatano d'un dottore, pagato venti franchi per visita, lo ha permesso! E quella celebre mummia inverosimile del maestro Coccardè, coperto di biglietti di Banca e mantenuto a brodo di Champagne, non ha protestato! La salute, la voce, quando si tratta di mister Kennet, sono a prova di bomba!
— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!