— Mi fermerò a Ginevra, un paio di giorni, all'Hôtel de la Paix, poi andrò sul lago di Como, gironzando! Sono arcistufo di questa maledettissima Svizzera! — La Svizzera, deve aver fatto qualche brutto tiro a Re Faraone. — Mentre parla, gli s'infiamma non solo la faccia, ma anche il cocuzzolo a pera. — Appena piove, si gela, appena fa sole, si brucia!.. E poi non è più un paese, è una stazione di strade ferrate! I ghiacciai sono anneriti dal fumo delle locomotive!... Ci sono più treni che fischiano che marmotte! Basta! Basta! Non è ormai altro che un panorama meccanico per il grosso pubblico delle scorribande domenicali!
— Già! Sicuro! — conclude Giacomo tanto per finirla. — Anch'io, partirò... prestissimo!
Marco Danova dondola la pancetta facendo un'altra smorfia stentata; il naso becco, morde.
— E... in buona compagnia!
— Parto solo; domani.
— Solo, ma bene accompagnato, dai pensieri più dolci e più soavi! Là, là, là, fortunato mortale! Per voi la Svizzera è sempre bella e sempre quella: il paese dove fiorisce l'idillio, col vergissmeinnicht!
Giacomo trasalisce: non ha in mente che Maria; crede tutto quel discorso un'allusione a Maria.
Il Danova diventa serio; fa un inchino tra lo scherzoso e il cerimonioso e gli stende la mano.
— Permettete, dunque?... Si può congratularsi?
— Di che? — domanda Giacomo torvo, con la voce soffocata.