Si volge verso il ritratto della madre e mormora affermando anche col capo:
— Ma creperò... galantuomo!
Con la prima luce scialba del giorno comincia a sentirsi stanco, spossato. Si butta sul letto così vestito, e si addormenta subito, pesantemente. Si sveglia dopo un'ora o due, di soprassalto, con un grido soffocato:
— Non la vedrò più!
Si alza, si sveste, torna a vestirsi, senza mai chiamare il servitore. Lo chiama più tardi e gli dà ordine di fare i bauli, mentre egli ritorna nel salottino, presso la scrivania, con la piccola valigetta solita, che porta a mano e nella quale ripone carte, giornali, libri, tutto ciò che gli occorre di leggere e che gli serve per scrivere in viaggio. A un tratto sente bussare leggermente:
— Avanti!
È Remigia. Entra, chiude e si ferma con le spalle appoggiate all'uscio.
— Voi? — esclama Giacomo stupito. — Siete dunque guarita? — Si avvicina e l'osserva: ha il viso fresco e color di rosa! Ha tutto color di rosa: il nastro che avvolge e stringe le matasse dei capelli biondi, e il vestito un po' corto di zeffir, dal quale spuntano i piedini nelle scarpette nere, verniciate. — Sì! sì! Siete proprio guarita! — Le stende la mano: l'altra, niente, non gli dà la sua. Giacomo sorride:
— Sono tanto contento! Sono contento, prima per voi... Poi anche per me! Ero... e sono tuttora pieno di rimorsi. Vi siete sentita poco bene, non è vero?... Vi siete inquietata per colpa mia?
Remigia non risponde: lo guarda restando sempre ferma, le mani dietro la vita, appoggiata contro l'uscio.