Giacomo passa un istante nella sua camera; manda via il servitore con un pretesto e torna subito. Remigia non s'è mossa. Egli torna ad avvicinarsi.

— La Mimì, — dice la fanciulla con voce grave — mi ha detto che volevate partire stamattina e che prima avevate assolutamente bisogno di parlarmi. Eccomi qui; vi ascolto.

Giacomo, con dolce violenza, le prende la mano allontanandola a forza dall'uscio e la conduce nel mezzo del salottino, dinanzi al canapè.

— Sedete, cara Remigia. Vi devo fare un lunghissimo discorso... e seriissimo!

Remigia lo guarda fisso un momento, poi siede e torna a fissarlo muta, aspettando che incominci a parlare.

Giacomo resta in piedi, accanto alla scrivania.

— Siamo due buoni amici, non è vero?... Anzi, meglio ancora, diciamo così: io sarò... il papà e voi la mia figliuola!

Remigia ha un lampo di contrarietà negli occhi; raggrotta le ciglia.

— Prima di tutto, ditemi... — continua il D'Orea. — Non siete più in collera con me, per la mia sfuriata intempestiva di ieri e per la... goffaggine di quella vecchiaccia stupida?

— No.