— Mi avete perdonato?
— Sì.
— Proprio, proprio?
— Ho detto di sì.
Le risposte di Remigia sono brevi e secche. Ella guarda Giacomo, sempre fissamente e Giacomo, sotto quegli occhi non più limpidi e giocondi, ma freddi e foschi e attentissimi, non sa come incominciare a spiegarsi, come entrare in argomento. Non è più la stessa Remigia! È diventata un'altra! Dov'è tutto l'argento vivo? Dov'è l'allegra e chiassosa maestrina del tennis?... Dov'è andata la... — Oh, come gli risuona all'orecchio la voce carezzevole, armoniosa di Maria! Come sente ripetere, in cuor suo «la piccola! la piccola!» No! No! Egli non chiamerà più così Remigia! Gli darebbe troppa tristezza! Troppo dolore!... — Si fa forte contro l'immagine così presente e così viva, torna a prendere la mano della fanciulla fra le sue e l'accarezza lievemente:
— Volete che parliamo un pochino, io e voi, di un nostro giovine amico... assente?
Remigia ritira la mano con un moto istintivo: — Di Totò? — Fa un'allegra risatina, poi si contiene, alza gli occhi al cielo e sospira malinconicamente: — Povero Totò! — Ma non è più così seria. Pronunziato appena il nome di Totò, è un lampo della maestrina del tennis che riappare.
Giacomo riprende e continua ad accarezzarle la mano:
— E se... lo facessimo tornare?
— Per me, come volete!... Ma credo che ormai, anche mammà, non resterà molto tempo a Villars!