Tanta calma e tanta indifferenza sconcertano Giacomo.

— Rispondetemi sinceramente: volete bene, voi, a Totò, sì o no?

— Sfido io; molto bene! È mio cugino! E poi, di Totò, il brittanno, in fondo, se ne fa ciò che si vuole! È così buono! Tesoro! Caro! Un caro tesöro!

Tal'e quale, come se l'innocente fanciulla parlasse di Din e Don!

— Credo, per altro, — soggiunge il D'Orea, — che Totò voglia ancora più bene a voi, che non voi a Totò!

— Questo, si sa! Sempre così, tra cugini! — Remigia balza in piedi con uno de' suoi scatti improvvisi e corre alla finestra, a vedere se il tempo si rischiara: — Pare di no! Ah, mon Dieu! Mon Dieu! Come sono menzognere le profezie del signor Trüb! — Siede sopra un'altra poltrona più alta e torna a fissare Giacomo attentamente dondolando le gambe fine, di cui si scorge fra le sottane rosa e i piedini che strisciano per terra, anche un profilo, un barlume di calzetta nera. Il discorso di Totò non è attraente.

Giacomo si china verso di lei, parlandole più sottovoce.

— Totò... è innamorato.

— Di me?

— Di voi!