— Dev'essere, allora, una cosa ben inverosimile, strana, pazza! — Giacomo è fuori di sè.
La fanciulla trema dinanzi a quella collera; i suoi occhi si riempiono di lacrime.
— A voi, — balbetta chinando il capo, — non preme altro... che la felicità di Totò!
— E la vostra!
— Oh, la mia felicità!... Voi non pensate che a maritarmi in qualunque modo... per liberarvi di me... A darmi uno stato... perchè sono la sorella di mia sorella... Del resto a voi, proprio a voi, non importa niente niente di me, nè della mia felicità!... Vedete se ho ragione?... Tacete!... Non sapete trovare le parole... — Si volta, nascondendosi la faccia con un braccio e si appoggia così contro i vetri chiusi della finestra: — Non saprete mai trovarla, voi, la parola!
Dopo un momento, restando sempre voltata e appoggiata ai vetri, cerca con la mano che ha libera il fazzoletto dentro alla cintura e se lo porta agli occhi.
— Piange! — Giacomo si lascia cadere sopra una seggiola e rimane lì a guardarla muto, fisso, con gli occhi esterrefatti. Non osa più interrogarla, non osa più dir niente: ha paura di parlare, come ha paura di quelle lacrime.
Ella continua a piangere e piange più forte. L'urto dei singhiozzi scuote le spallucce esili, scioglie uno dei nastri rosa, i capelli biondi si snodano, e a grado a grado che i singhiozzi si fanno frequenti, le cadono giù, lungo la vita...
— Signorina!... — chiama Giacomo a un tratto; poi tace di nuovo. Che cosa dirle?... Non può già dirle, brutalmente: — Va via! Io non credo alle tue lacrime. È tutta una commedia, come quella di tua madre!... — E se non fosse una commedia?... Se quelle lacrime... quel dolore... fossero sinceri... Per colpa sua!
Remigia continua a piangere; i capelli biondi le coprono le spalle, la vita e sussultano come una massa d'oro.