«Maria! Maria! Oh, Maria!...»

Così, con queste ultime parole, finisce la lettera di Giacomo.

Ella, con una calma quasi solenne, religiosa, come mossa da uno spirito di sommissione e di devozione, abbrucia lentamente, al fornellino d'argento della specchiera, tutti que' vari foglietti sottili, trasparenti, dalla scrittura minuta, dalle righe fitte e li guarda sollevarsi in cenere come falde leggerissime, volare intorno, disperdersi... sparire.

— Più!... Mai più!

Nella sua lettera, Giacomo ne aveva chiusa un'altra: un biglietto di poche righe, ugualmente dirette a Maria e che Maria doveva conservare per mostrare a sua madre: Giacomo D'Orea, con quel biglietto, pregava la cognata di chiedere per lui, alla duchessa, la mano di Remigia.

PARTE TERZA.

I.

Il signor Zaccarella, cambiando di padrone, cioè entrando al servizio particolare di donna Remigia, se ha perduto il titolo di capitano, non ha perduto il potere; anzi, tutto al contrario! Adesso, potrebbe venir chiamato governatore! Governatore di Pontereno, la grande, magnifica villa che apparteneva in origine ai Conti Bernabei. Andata a mano a mano in rovina, mentre andavano in rovina anche i suoi nobili proprietari, era stata comperata all'asta dal capostipite dei D'Orea, — il padre di Sua Eccellenza e di don Luciano, — il signor Vitale, in quel tempo in pieno furore di mortadella e lontano le mille miglia dal D'Orea con l'apostrofe!

Il bravo signor Vitale, si era affezionato a Pontereno perchè, acquistandolo, aveva fatto un eccellente affare. Diceva sempre, compiacendosene:

— L'ho avuto per una presa di tabacco! Tutti i fondi con i diritti in piena regola di acque e di decime, con le cascine, i rustici, e con la villa per soprappiù!... Una villa?... Un palazzone!... Una reggia!