E quella reggia, smantellata dai venti, sfasciata, sgretolata egli cominciò a puntellarla qua e là, a rattopparne il tetto con qualche scriminatura di tegoli nuovi, a rinzaffare alla meglio qualche tratto di muro, ma sempre senza voler spendere, anno per anno. Più tardi, però, dopo morto il signor Vitale, Giacomo D'Orea demolisce tutto Pontereno, la parte ancora in rovina, e la rimpellata, lo rifabbrica, e lo ricostruisce com'era ab antiquo fin nei più piccoli fregi, compiendo una vera opera d'arte.

Pontereno diviene in tal modo quasi la capitale del regno di casa D'Orea, finchè salita al trono la duchessina Remigia Moncavallo, questa la sceglie come residenza e ne fa, in breve, con il suo fine accorgimento e il buon gusto di razza, la propria Versailles.

Da Pontereno si è subito a Bologna: in men di un'ora, in carrozza, e con il tram, in venti minuti. È come se Remigia fosse in città, per le visite e i pranzi, per le feste e per i teatri, mentre per tutto ciò che le può occorrere, manda innanzi e indietro il signor Zaccarella. E c'è questo grande vantaggio, che la distanza, per quanto breve, tiene a distanza i sudditi e anche la folla dei cortigiani, dalla reggia; accresce l'autorità, l'influenza e concede maggior libertà ai sovrani, anzi alla sovrana. Giacomo, per via della Camera quando è aperta e per i suoi affari quando la Camera è chiusa, non può mai fermarsi a Pontereno, dacchè è ammogliato, più di due o tre giorni di seguito.

Pontereno, fuori dall'ombra di San Petronio, vive così, in piena luce; riempie tutta Bologna del suo sfarzo e dei suoi ricevimenti. A Bologna col dire: — Io vado a Pontereno — io sono invitato a Pontereno — si distinguono i nobili e loro affini, il buon genere, insomma, ed il bon ton dall'intruglio cittadino. Il signor Zaccarella, quando gira in fretta e in furia per le botteghe, sotto i portici del Pavaglione, seguito sempre da Din e Don, riceve continui ossequi e riverenze come se quei buoni mercanti fossero stati a Villars, a prendere lezione di sgambetti e di saltetti, dal signor Trüb! Le dame e i cavalieri che sono in tale dimestichezza con Pontereno da poter fermare il signor Zaccarella per accarezzare i barboncini e per chiedere ad alta voce le notizie di donna Remigia, hanno quasi l'aria di voler dire all'altra gente: «Tiratevi in là, ch'io son uno della crème!» E lo stesso capitano, impettito coi plebei, asciutto coi nobilucci, dignitoso con tutti, fa sentire, anche da lontano, che la Versailles bolognese, per quanto fresca fresca, non è punto democratica.

La regina della nuova monarchia, Remigia Iª, vuol essere assoluta e sola nell'impero e ci riesce: Maria non si fa più vedere. Vive sempre ritirata nella villa di Fiumicino-Superiore, distante due o tre chilometri da Fiumicino-Inferiore, dov'è la casetta della signora Gioconda. Con la scusa di non voler accollare i propri parenti a Jack, — mon Dieu! mon Dieu! com'è odioso quel nome di Giacomo! — Remigia si libera di mammà, — gioia cara! — e dello zio Rosalì, — tesöro! — costringendo i suoi due vecchi, di cui è l'idolo e l'orgoglio, a seppellirsi, davvero, loro, in una campagna del napoletano, soli soli e senza più neppur l'ombra del vicereame!... Con la scusa degli scrupoli e dei riguardi a cagione della piccola passioncella ante nuptias, ella ha fatto proibire a Totò, assolutissimamente, di varcare i confini dell'Emilia.

Oh, ne ha avuto abbastanza da ragazza di quella vita in carovana! Ha sofferto abbastanza da ragazza, la mortificazione e l'umiliazione di far vedere a tutto il mondo che i Moncavallo vivevano alle spalle dei D'Orea!

— Basta! Adesso basta!... Non voglio essere stupida, per il gusto di far la martire, come mia sorella!

— Più parenti, più seccature! Della gente di una volta, soltanto Mimì Carfo... e il signor Zaccarella!

A Mimì, forse forse, e a modo suo beninteso, l'Idola è anche un pochino affezionata.

Come no?