Remigia, ride, scherza, corre di qua e di là, ma non dimentica gli affari. Ogni tanto, ferma la Carfo:

— Non dimenticarti i miei tre cappelli grandi, con le penne! Le toques, con i fiori!

Oppure:

— Ricorda alla Carolina il vestito tailleur di drap bianco!

Un'altra volta pianta lì il povero Marco Bragotto mentre le confida le sue pene poetiche e le recita que' due primi versi che gli son venuti così bene e così subito: — «A te signora in questo dì solenne — Devoto il mio pensier volge le penne», — per correre in gran fretta a dire a Mimì:

— Tutti i miei bijoux e anche tutti i miei ombrellini e i miei ventagli! Non ti pare?... Si sa mai!


La mattina dopo, verso le dieci, Remigia dorme ancora placidamente e sogna di dare il suo primo gran ballo intimo a Roma, a tutte le mogli degli ambasciatori: Mimì, invece, con la Carolina è già da due ore in faccende per la roba e i bauli, quando portano un dispaccio. Mimì e la cameriera si consultano in silenzio fissandosi negli occhi: il dispaccio viene da Roma, non può essere altro che del signor D'Orea. Il caso è troppo importante: l'Idola non ha ancora sonato... ma anche se dorme bisogna svegliarla!

La Carfo, leggera come un'ombra, entra nella camera buia in cui si sente un respiro lieve e quieto di bambino e un forte profumo d'ireos... Apre le finestre... Remigia si sveglia di soprassalto.

— Chi è?... Perchè? Non ho ancora sonato!