... «Ti consiglio, per ora, di restare Bologna. — Giorni di gravi preoccupazioni, non di esultanza — Spero ancora — non accettandosi mie ultime condizioni — starmene fuori — saluti affettuosissimi — ringrazioti» — Non dice, non voglio; dice: ti consiglio per ora. Che te ne pare?...
— Manda subito, al signor D'Orea, un bel telegramma affettuoso...
— E gli dico che vado. In fin dei conti è o non è mio marito? Dove c'è lui, ho diritto di starci anch'io, perchè... voglio essere una buona moglie.
— In questo hai ragione.
— E perchè non devo essere libera di vedere mio marito quando voglio?... Non l'ho mica sposato per star sempre sola! Lui, a Roma, ed io relegata in questo brutto, noioso, antipaticissimo Pontereno! Sono stufa delle gioie agresti! Sono stufa, stufa, stufa di avere sempre nelle orecchie, giorno e notte, l'inno delle cicale e delle rane al Messidoro! Sentile: quà, quà, quà! Hanno già cominciato! Dammi da scrivere!
Mimì va a prendere la cartella col calamaio sul tavolino, la porta sul letto e l'apre. Remigia pensa, poi scrive:
«Certissima bene supremo nostra cara patria finirai cedere insistenti preghiere amici desiderosissima vederti abbracciarti parto lo stesso.
«Tua.»
— Va bene?
La Carfo legge il dispaccio attentamente. Non trova altro che una piccola correzione da fare: