Donna Remigia, salita sul vagone, resta di fuori con Mimì, sul terrazzino, rischiarato da un fascio di luce elettrica, per farsi vedere e per ricevere i complimenti. Veste un abito grigio chiaro, attillatissimo, con un grande cappellone di paglia, tutto coperto di ciliege. Ella si volta di qua, di là, salutando, sorridendo, parlando con tutti animatamente. Ha gli occhi scintillanti e il viso acceso; è felice, raggiante, è eccitata, inebbriata, sentendosi ammirata, desiderata da tutti quegli occhi, da tutti quegli uomini.
Cara Bologna!... Ha sempre voluto molto bene a Bologna!... E i Bolognesi? Simpaticöni!
Il conte Narciso Gambara, in piedi sul primo predellino del carrozzone, sdilinquisce in tenerezza per la contessina Carfo, comprendendo bene come, in quel momento, gli sarebbe stato impossibile di attirare l'attenzione di donna Remigia. Egli ha riempito di fiori il vagone-salon per la Regina e di dolci e di pasticcini per la dama d'onore; e se sospira e geme, a cagione di quella partenza con la sola Mimì, continua per altro a mormorare: «Cattivine! Cattivone!» abbracciandole in ispirito, tutte e due.
L'avvocato Ciro Berlendis, montato anche lui sul treno, sbuffando ed asciugandosi la pappagorgia col moccichino, seguita a fare presentazioni. Presenta alla duchessa D'Orea Moncavallo e alla contessina Mimì Carfo, tre o quattro commendatori, un capo-traffico, un ispettore, poi il capo-stazione, poi il capitano dei carabinieri, poi, uno dietro l'altro tutti quelli che gli capitano sott'occhio, facendoli salire da una parte, attraversare il terrazzino dinanzi alle signore, — un bell'inchino, — e scendere dall'altra.
Donna Remigia ha per tutti una stretta di mano e un complimento. In quel suo gran da fare non dimentica nessuno, nemmeno Narciso Gambara che, quando meno se l'aspetta, riceve un'occhiatina così languida che lo fa saltare dal predellino più basso al predellino più alto.
— Ma sì! Ma sì! Vengo anch'io a Roma! Proprio così!... Voglio un posticino al Ministero! Vicinissimo a donna Remigia! Ma sì! Ma sì! Da brava!... Anche senza stipendio!
I pennacchi dei carabinieri ondeggiano in mezzo alla folla: passa il prefetto.
L'avvocato Berlendis agita la vecchia tuba con un sorriso amicale e si sporge dalla scaletta con la mano tesa e il moccichino spremuto, per aiutarlo a salire.
Donna Remigia ringrazia affabilmente, ma sta in guardia, per non compromettere il Ministero, serbando le distanze da superiora a inferiora.
Di nuovo cresce il brusio e il tramestio: più autorevole delle autorità è il signor Zaccarella che si avanza, pieno di boria, accigliato e minaccioso. Il Governo, è lui: lo sente in sè stesso! Egli ha già alzato la voce con il sottocapo stazione, con gli impiegati e con le guardie. Tutti si scusano umilmente e gli porgono omaggio: lui, non saluta nemmeno. Gli danno del cavaliere; lui, se lo prende, e tira via!