— Sua Eccellenza?... Perchè non è venuto?... — Remigia è tanto più irritata perchè quella stupida della Carolì si mette a ridere.

— Il signor Giacomo non ha più tempo oramai, nè per dormire, nè per mangiare, nè per tirare il fiato. Verrà a salutarla all'albergo quando potrà; ma non bisogna aspettarlo nemmeno a colazione! Glielo dica anche lei, signora Remigia! Con la salute che ha e con quel temperamento è stato un gran minchione a lasciarsi fare ministro!

Remigia corre avanti, sola. Che volgarità! E come gli urta i nervi quel «signor Giacomo» quella «signora Remigia!» Per tutto il tempo non lo guarda più in faccia.

Ma il signor Gaudenzio nemmeno se ne accorge, continua a scherzare con la Carolina, finchè donna Remigia comanda alla cameriera di andare innanzi all'albergo, per preparare il bagno e la toeletta.

— Vado anch'io con la Carolina! Le farò da Cicerone!

Il vecchietto, col suo bastoncino stretto in pugno, monta in botte accanto alla ragazza.

— Si ricordi bene, signor Zaccarella: quell'... individuo lì, io non lo voglio mai vedere, assolutamente!

— Non dubiti, signora duchessa!

— E se ci resterò, in questa antipatica Roma, farà venir subito Giovanni, da Pontereno!

Il signor Zaccarella tiene aperto lo sportello del landò, ma donna Remigia vuol prendere prima il caffè al ristorante della stazione.