È chiaro che arrivando a Bex, Luciano D'Orea, vuol trovarsi solo con sua moglie. È chiaro, esplicito, e per la famiglia riesce tutt'altro che spiacevole quell'ordine. Quando ritorna da Parigi il caro Luciano, non è punto divertente! Musi e spostature. O non guarda nemmeno in faccia, o strapazza tutti.
Però, in quel momento, nessuno fiata: non c'è nè una parola di protesta, nè una manifestazione qualunque di dispiacere. Le carrozze aspettano sempre: le signore devono vestirsi, mettersi il cappellino e far presto per non perdere la corsa.
Il principe Rosalì è già pronto. Egli sta ammirandosi nello specchio grande che occupa una parete e continua ad ammirarsi.
— Con quella barba magnifica ha proprio una bella testa da cavaliere antico! E la persona alta, — erano tutti alti, maestosi i Sant'Enodio, — come si conserva elegante e ben formata! Eppure... i sessanta erano sonati, ma così leggermente che nessuno se n'è accorto e lui, meno di tutti.
— Buon viaggio, zio Rosalì! Arrivederci a Villars!
Il principe sorride ancora baciando in fronte con l'usata galanteria, la «pallidona sensitiva» e il sorriso, prima di compiacenza, adesso diventa arguto, maliziosetto: è lo spirito di Voltaire che rivive nell'uomo del gran mondo.
— A Parigi, hanno fatto prestissimo, questa volta, a comperare l'automobile! C'è da congratularsi... con l'Italia!... Ricordati, o soave Maria, gratia plena: a marito che torna, ponti d'oro!
Sopraggiunge la madre: sta un momento sopra pensiero, poi si decide. Si fa prestare dalla cara Maria la sua mantelletta di lontra, per le spallucce dell'Idola.
— Tu qui, puoi goderti ancora un po' di caldo! Lassù, a milletrecento metri e con questo ventaccio, ho in mente che troveremo la Siberia! — Poi diventa seria. Anche la duchessa accompagna le raccomandazioni alle affettuose tenerezze. — Salutami Luciano. Ricordati che puoi farne sempre ciò che vuoi! Basta non contradirlo! Eh, sicuro che qualche volta il caratterino è difficiletto! Ma come si fa? Il buon Dio ha dato a tutti la nostra croce da portare e io mi conforto pensando che la mia, — non per dir male di tuo padre, poveraccio, quand'era vivo, — ma è stata molto più pesante della tua. E così, sempre sia! — Le dà due baci forti, che scoccano, uno per guancia. Vede che gli occhi della figliuola sono addolorati, pieni di lacrime; allora la stringe al cuore, sospira pateticamente e se ne va, presto presto, per non sentirsi troppo commossa, fermandosi solo un momento, prima di salire in landò per cercare nella piccola borsetta, appesa alla cintura, se non ha dimenticato l'astuccino delle pastiglie.
— Addio, gioia! Addio! — Remigia saluta la sorella da lontano, in fondo alla discesa. È corsa innanzi, a piedi, con Totò e con Mimì Carfo; è corsa dietro a Din e a Don, — i ghiottoni tanto disubbidienti! — Hanno subito trovato l'usta della cucina e delle ossa e adesso non si lasciano prendere per paura del castigo!